Abbi pietà, e fa presto…

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“Abbi pietà, le disse Lucio, e fa presto. Vedi che sono fortemente apparecchiato alla battaglia, cui mi costringesti di sorpresa, senza dichiarazione ufficiale, da quando in fondo al cuore mi colpì il dardo del crudele Amore, onde l’arco mio è teso di tutta forza e temo per la troppa tensione non mi si spezzi…”

E Fotide, dapprima paragonata a Venere che esce dai flutti, “adombrando con le sue rosee manine la sua bianca natura” esorta l’amante con queste parole:” Combatti, fortemente combatti, perché io non sono disposta a cedere, né a voltare le spalle. Guardami in viso: se sei uomo, drizza il colpo a assalisci da prode, e uccidi per morire. Oggi si combatte sino alla morte…”. Mentre così parlava, conclude il narratore, “Montata sul letto, venne a posarmisi sopra e con mosse lascive, dimenandosi spesso, mi saziò interamente del frutto di Venere, in quella positura: finché, mancandoci quasi il respiro e colle membra disfatte, tutt’e due insieme ci abbandonammo, prendendo fiato a stento nei mutui abbracciamenti”.


Il passo sopra citato proviene dal Romanzo di Apuleio, Traduzione di F.Martini, tratto da “Roma Amor, saggio sulla rappresentazione erotica nell’arte etrusca e romana” di Jean Marcadé, edizioni Ghibli, Milano, 2018, pagina 69″ (e ci stava come numero di pagina!) :-).

A proposito di “Dirty secret”

Sento il bisogno di spiegare alcune cose a riguardo di questa storia .

La prima è il modo in cui essa è voluta venire alla luce. Io l’ho solo raccontata, lei è venuta da me, come praticamente sempre mi accade quando scrivo qualcosa che mi fa divertire, nel senso che mi fa entrare nel flusso. In quel momento sono totalmente concentrata su quello che faccio ed è bellissimo.

Ma sto menando il can per l’aia.

In verità, mi ha messo a disagio il pensiero di condividere tale storia.
Perché è spinta, perché è in qualche modo cruda, non so. Probabilmente è questo il suo bello, ma secoli di cattolicesimo hanno comunque lasciato il segno in me, e, sebbene io sia libera di dire, fare, pensare quello che mi piace, mi giudico per questo. In fondo, sarebbe molto più facile scrivere dolci favolette per la buona notte dei bambini; li, non ci sarebbe nessun biasimo, nessun giudizio morale, nessuna offesa a chissà poi cosa. Però io non scrivo quelle cose lì. A me piace parlare delle persone, delle passioni, dei sentimenti e momenti che ti travolgono come un tornado e ti sconquassano l’anima.

Devo venire a patti anche io con questa cosa. Non ho ancora veramente accettato.. bhe, forse chi sono io. 

Ashley

Ashley e Marcus

Ashley non sapeva cosa le avesse preso per acconsentire ad una richiesta così bizzarra. Lo straniero, che era seduto con lei nella macchina, che poi straniero non era poi così tanto visto che lo stava intervistando per la sua fondazione di beneficenza, le aveva chiesto, dopo averla trascinata ad una festa in suo onore, di poter dormire da lei. Le aveva proprio chiesto dormire, o meglio, risvegliarsi a casa sua, con i suoi figli, di cui lei gli aveva parlato ingenuamente. Lui, lui che non aveva quasi più famiglia a parte un fratello, lui che non aveva di sicuro mai avuto serenità degli intimi affetti, le aveva chiesto di svegliarsi a casa sua e di fare colazione con la sua tribù. Tre maschi ed una femmina, tutti o quasi sulla soglia della pubertà.

La famiglia era sempre stata la sua priorità e le dava una gioia che né l’ente di beneficenza che presiedeva, né gli studi intrapresi in filosofia e storia, potevano competere. Era una donna felice, che si ritagliava tempo di qualità solo per lei ed ogni tanto questo includeva uscire con qualche uomo.

Adesso era mattina ed Ashley si accingeva a bussare alla camera degli ospiti dove lui dormiva. Lo doveva svegliare se voleva fare colazione con loro. I ragazzi erano già affamati al tavolo ed impazienti. Gli aveva detto che per colazione ci sarebbe stata una sorpresa. Quando avrebbero scoperto che li, al loro tavolo, si sarebbe seduto il loro divo del calcio preferito, si sarebbe scatenato l’inferno.

Ma adesso doveva portarlo al tavolo e non gli piaceva per niente entrare in camera sua. Bussò. Nessuno rispose. Bussò più forte, ancora niente. Accostò la porta piano e non vide nulla, il buio l’avvolse e lei ci entrò con curiosità.

Quella mattina, quando si era svegliata, si era sentita strana. Diversa, donna. Non che non sapesse di esserlo e da quando suo marito non c’era più era uscita con diversi uomini, ma li teneva sempre alla larga dalla famiglia. Invece con questo non c’era stato nulla e lo faceva entrare. Solo che la sua mente pensava, mentre il suo corpo la tradiva. Si era svegliata sudata, con un senso di fastidio e di languore che non gli piaceva. Si sentiva in calore, lo sapeva benissimo cosa provava. Ma non voleva. L’ultima cosa che pensava di fare era di andare a letto con una star del calcio tatuata e con i capelli lunghi. Si era fatta una doccia, sperando che il suo corpo cooperasse e si desse una calmata. Ci era riuscita. Ma adesso che stava entrando nella sua stanza, non ne era più tanto sicura.

Chiamo piano, a distanza di sicurezza: “Constantine”. Lui non si mosse. Ashey aprì leggermente le tende e una lama di luce si insinuò nella stanza. Adesso poteva vederlo, in penombra, a dormire profondamente rilassato, il suo respiro leggero, il suo corpo possente abbozzato sotto il morbido piumone.

Si avvicinò a lui. “Constantite”, sussurò. E lo toccò piano. Lo scosse appena e lui finalmente aprì gli occhi. “Sono le nove passate, ti devi svegliare se vuoi fare colazione con noi” le disse Ashley e lui la guardò per un momento con confusione, poi, sembrò capire. Annuì piano con la testa e con una mossa troppo rapida per chi stava dormendo profondamente, le prese il polso.

“Il tuo profumo oggi è diverso”, le disse.

Ashley pregò che la penombra potesse dissimulare la sua sorpresa. Era confusa, non sapeva cosa dire. “Io, io non saprei, in che senso Constantine?”

Grave errore, pensò, appena ebbe pronunciato quelle parole.
Non doveva dargli corda ed invece gli chiedeva di approfondire. Si chiedeva se una parte di lei, in fondo, non volesse essere smascherata. Intanto si stupiva ogni minuto in più dell’intelligenza animale di quell’ uomo. Sai Ash, disse lui, una vita sui campi da calcio ai massimi livelli ti insegna molto cose sulle persone. Ti fa notare dei dettagli, capire i movimenti, anticipare le mosse e sentire gli odori dei tuoi avversari.
Paura, fatica, resa.
È sempre tutto diverso, ma ci sono dettagli di fondo sempre uguali. E tu, cara la mia casta signora per bene, questa mattina profumi di voglia. Mi sembra di essere uno stallone che annusa una giumenta in calore.
Le altre volte, quelle dell’intervista, non sapevi così. Eri sempre così compassata, così sulle tue, che ho pensato, bhe, forse mi sono sbagliato. Forse non è vero che mi desidera, mi sono sognato tutto. Ed invece ora entri in questa stanza e bam, il tuo corpo mi manda questo messaggio in maniera plateale. Tanto valeva che entravi nuda con un cartello appeso; prendimi”. Rise lui e si fece più vicino.
Ora Ashley sentiva il suo respiro caldo e sotto controllo e quando parlò la voce era così roca e vellutata che la sentiva come una carezza sulla pelle.

“Ma la vera domanda è: che cosa ci facciamo con questa voglia? “

Ashely sospirò, e si portò una mano alla fronte.
“Non lo so, io, io pensavo di essere finalmente immune a certe cose, a certi desideri. Voglio mantenere il mio corpo puro.”

E mentre gli diceva queste parole lui, incurante del messaggio appena ricevuto, aveva iniziato con sicurezza ad accarezzarle l’incavo del polso con il pollice; un massaggio roteante, liscio e dannatamente erotico che provocava in Ashley un languore al basso ventre molto piacevole. “Uhmm” rispose lui, quasi come un gatto che fa le fusa. “Sei tanto morbida qui. Chissà altrove, Miss purezza. “ “Smettila Constantine, per favore. I ragazzi sono di là e ci aspettano.”

E la chiamano classe dirigente

Si tratta di un mucchio di vecchi uomini, presi così tanto da loro stessi e dall’andropausa che finiscono per regredire ad uno stato puerile, neanche adolescenziale. Non sono adolescenti perché hanno perso da tempo i capelli e quella giocosità e voglia di stupirsi di quell’età d’oro. Sono invece rimaste le seghe mentali, gli intrighi alla gossip girl, gli amori sottobanco e quelli mancati. Che io dico, in un’età dove spero potrò vivere la mia vita e i miei desideri sbattendomene degli altri, rimanere incollati a relazioni patetiche e scuse pessime, mi viene una tristezza dentro. E la cosa che trovo più squallida in assoluto, è cercare di tirare in mezzo altre persone in quei loro giochetti patetici. Perché, nonostante tutto, le apparenze vanno salvate e quindi si fanno i porci comodi, ma guai se qualcuno osa pensare ciò che viene da pensare. Allora via di voli pindarici con spiegazioni che nessuno si beve, ma a cui bisogna sempre annuire, pena l’esclusione sociale. Perché non si tratta di licenziamento. La classe dirigente a cui faccio riferimento, è così presa dal trovare il modo di far passare il tempo al lavoro, senza lavorare, che licenziarti gli costerebbe ancora sbattimenti. Loro ti tagliano fuori, così prima o poi farai il favore di andartene, senza neanche avergli arrecato disturbo.

Perché per una come me, franca con se stessa, prima ancora che con gli altri, pensare che esista gente così malsanamente egoista e bipolare è una doccia fredda. Non pensavo fosse possibile, eppure lo è. È possibile che il tuo capo venga a raccontarti dettagli intimi e palesemente fasulli sulla da-tutti-reputata-la-sua-amante –ma-no, io le sto accanto perché è pazza. Salvo poi dire: “se non cambia, la licenzio”.. e non farlo mai. Ecco, tu stai li e dici, lavoro? Ci provo? O devo fare da consulente psicologa? Con il rischio che, se non faccio il yes man, mi scattivo il capo? È difficile, insidioso e scivoloso lavorare in un ambiente del genere. Dall’esterno sembra il club med, dall’interno è un fight club. Coltelli in schiena per risposte aggressive. Che dico, ci si volesse far fuori a vicenda, perché si lavora e si vuole avere solo il migliore risultato, posso ancora capirlo; ma che si sparli a vicenda per passare il tempo come alle superiori per ribadire il proprio stato sociale, è allucinante.  Non mi capacito di questa ambivalenza. A volte entro, saluto allegra e penso a cosa devo fare al lavoro. E in più devo scervellarmi per sopravvivere in questa giungla. Ma sono tutti così i posti di lavoro?

Bhe, dalle mie tre esperienze, sì, solo che in questo posto si ha il vantaggio che dobbiamo fare solo finta di lavorare, nessuno ci sta con il fiato sul collo. Che sia poi questa la causa di tale lassismo e drammi, non lo so, so solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che questi uomini al potere fanno ridere. Allora tanto vale che ci sia anche qualche donna, non importa se solo arrivista e non competente, perché non è che gli altri siano mostri di know-how. La parità passa anche per le stupide in posti di livello. Anche perché se appena hai un po’ di sale in zucca, ti passa la poesia di essere un dirigente in un degrado simile. Solo la luce abbagliante della targhetta con scritto nome e posizione può obnubilare bhe, praticamente tutto il resto. 

Non lo so, potrei dire che mi sento sprecata a fare quello che faccio e dove sono, ma la verità è che accetto la mia sorte e ho deciso di tramutare l’esperienza in una specie di ricerca sociologica. Perché il posto di lavoro è una cosa stranissima, passiamo la maggior parte del nostro tempo con persone che non abbiamo scelto ma che vediamo ogni giorno, negli stessi momenti, parlando delle stesse cose, cercando un risultato comune. Insomma siamo tutti prigionieri dei nostri uffici, delle interazioni sociali ripetute e alla fine, forzate e scontate. Una volta ero entusiasta per il mio lavoro, ora lo sono solo dello stipendio. Ma dove è andata a finire la mia gioia nel portare a termine i compiti, gioia che continuo a possedere in altri ambiti della mia vita?

Dirty secret

I’ll let you in on a dirty secret, I just wanna be loved.

Roc me out, Rihanna

Athena non sapeva neanche perché lo stesse facendo, sapeva solo di stare camminando in bilico su dei tacchi altissimi dietro a Kenjei. Lui la stava portando in un posto. A fare qualche cosa.

Da come l’aveva incoraggiata – obbligata?- a vestirti lei non nutriva dubbi sul tipo di serata che stava per arrivare. Mutande di pizzo finissime, reggiseno e corsetto abbinati, alta collana di strass al collo, vestito nero a tubino senza spalline, pelliccia sulle spalle nude, i capelli raccolti in un casto (?) chignon e i tacchi a spillo idonei solo per eccitare le menti, non certo per andare a farci un giro.

Lui le aveva detto che questa notte sarebbe stata differente (it’s gonna be different tonight, the best time in your life), la migliore della sua vita e lei gli aveva creduto. Anche se da allora l’inquietudine non la lasciava. I suoi occhi.. il suo sguardo, quasi evasivo, le aveva fatto sorgere qualche dubbio.
Allora perché non aveva chiesto di più?
Sapeva che Kenjei mentiva e non voleva costringerlo a dirle una bugia. Non aveva il coraggio di chiedere, tanto non avrebbe mai potuto dirgli di no. Perché anche se erano solo le briciole (già finite nella spazzatura) della sua vita, lei le prendeva a piene mani: come si fa con fiori odorosi in primavera.
L’alternativa: il nulla.

La sera era arrivata e lui la teneva per mano mentre la conduceva per il corridoio buio del club. Sentiva la musica rimbombare come i battiti del suo cuore.
Non spuntarono in pista, ma furono introdotti in una stanza laterale e poi su, per delle scale. Al secondo piano c’era un ampio salone, vuoto, fatta eccezione che una vasca da bagno. Due ragazze vestite di seta d’organza la presero in custodia e Kenjei sparì.
Le luci erano basse, soffuse e tutto era ovattato li dentro. Le due ancelle la spogliarono e la fecero immergere nella vasca. L’acqua era tiepida e profumava di spezie d’oriente e di legno di sandalo. La lavarono, la pulirono ed infine la fecero uscire e la avvolsero in asciugamani bianchi e morbidi. Su un divanetto spuntato da chissà dove (le luci, erano le luci) era adagiato un abito etereo, bello ed intrigante. In verità non era un abito, si rese conto Athena con orrore. Era una specie di vestaglietta lunga sino ai piedi bianca e trasparente. Non copriva, scopriva. Non celava, metteva in mostra. La fecero sedere con il “vestito” indosso.
A quel punto entrò Kenjei. Lui portava dei pantaloni di lino grezzo con una cordicella stretta in vita per tenerli su. E basta. Il suo splendido corpo luccicava nelle luci della sala e sembrava risplendere di vita propria.
Entrò un uomo. Sembrava un sacerdote. Reggeva tra le mani un calice. Il liquido ambrato era trasparente e denso allo stesso tempo, dipendeva da come lo stava guardando.
Venne invitata a bere. E lei bevve.
Aveva un gusto strano, un po’amaro, sapeva di fieno e di fiori e di spezie sconosciute.
Perché stava facendo tutto questo?
Davvero la miseria di stare qualche momento con Kenjei era così grande?
Dopo un po’ fu più calma. Dopo un altro po’ fu più tranquilla.
Docile. Sottomessa. Si sentiva bene e non bene allo stesso tempo, cosciente ed incosciente insieme.
L’uomo (il sacerdote?) l’aveva fatta alzare in piedi ed aveva unito le sue mani a quelle di Kenjei e le ancelle si erano messe a cantare. Ora quella strana processione stava di nuovo scendendo le scale, più giù, fino alla pista dove un palco rotondo li aspettava.
Tutt’intorno, sguardi sconosciuti. Uomini e donne li fissavano, come se loro stavano per essere l’attrazione della serata.
Uomini e donne; chi seduto, chi in piedi, li guardavano in modo strano. Stranito. Rapito.
Kenjei la fece salire sul palco in mezzo alla pista ed incurante di tutto e di tutti iniziò a baciarla. Athena ricambiò il bacio. Da lontano, dall’esterno, dove era?
Sentiva l’erezione di lui tenderne le brache di tela. Sentiva il suo essere uomo attraverso il sottile velo di abiti che li separavano. Ma sopratutto sentiva mille e mille occhi su di se, come se tante iridi e le tante palpebre formassero un vestito sul suo corpo.
Tutto girava e lei con il tutto.
Kenjei fece il bacio più spinto, ora la sua lingua la lambiva e con il suo corpo la eccitava, strusciandosi ritmicamente su di lei, come al suono di tamburi sconosciuti. Lei era solo una marionetta nelle sue mani, obbediva a lui, alla sua forza, alla sua volontà. E ciecamente vi si sottometteva.
Kenjei le fece scivolare ai suoi piedi la vestaglia, lasciandole addosso solo il suo odore.
E lei si ritrovò a fare altrettanto, sciogliendo il nodo dei suoi pantaloni, spogliandolo davanti a tutti. Non provava vergogna e neanche gelosia, era così che doveva essere, quella sera loro erano i prescelti dal destino per mostrare qualcosa in più. E gli spettatori li guardavano in silenzio, quasi estraniati.
Cosa era quel posto?
Sembrava una cerimonia, doveva essere una cerimonia, solo così si spiegava il nervosismo e l’eccitazione di (adesso) Kenjei quando le aveva chiesto di fare qualcosa di diverso con lui. E lei ora era li, nuda, che abbracciava ed accarezzava il suo uomo. Come se non ci fosse nessuno e come se tutti fossero lei, i suoi occhi, le sue mani, la sua bocca.
Si sentiva accaldata, si sentiva eccitata, si sentiva strana. Sottile. Quasi eterea.
E in quel corpo da Santa sentiva crescere dentro di se la necessità di farsi possedere da lui.
Le sue mani, quelle di Kenjei, fino ad allora abbastanza caste si stavano facendo sconce. Adesso le accarezzavano il collo, girandola verso il pubblico che li accerchiava, incollando la sua schiena al suo forte torace. Tra le sue gambe sentiva strusciare il membro di lui e l’altra mano le torturava un capezzolo.
Esposta. In vendita.
Ma non le importava. Voleva che continuasse a farla vibrare così.
Si sentiva usata. Per quali scopi non lo sapeva.
Ma non poteva ribellarsi, non voleva, voleva solo continuare a sentire il calore tra le sue gambe, il piacere nel suo corpo.
Era lei la protagonista della notte, Kenjei il suo umile servitore.
Allora perché si sentiva così usata? Perché lui l’aveva venduta a mille occhi indiscreti? Perché lui aveva profanato la riservatezza del loro atto di amore ( o di non amore)?
Fece un respiro. Voleva girarsi. Voleva baciare Kenjei e nascondersi tra le sue braccia dai rapaci che la circondavano. Se lei non li avesse visti, sarebbero scomparsi.
Ma lui non glielo permetteva.
La teneva esposta, in vista.
Immagini di Athena mentre veniva accarezzata e gemeva venivano sparate in tutta la sala: davanti, da parte, dietro e sul soffitto. I suoi gemiti erano la musica, musica elaborata dal maestro Kenjei. Il suo viso era ovunque. I suoi spasmi riprodotti ancora e ancora.
Era bellissima, era demoniaca.
Sentiva che nella sala l’eccitazione cresceva. I loro occhi erano legati a lei e si riempivano del suo sesso, del suo godere.
Kenjei continuava ad accarezzarla. Ora le sue mani erano scivolate sul suo sesso. Aveva le gambe aperte. Il bacino sollevato (per dar meglio spettacolo) per carpire fino all’ultima carezza di lui.
Ora il suo sesso rosa, rotondo e palpitante era ovunque. I suoi gemiti rimbombavano nella sala ovale e scura.
Lui sapeva scivolare e fare pressione nei punti più sensibili. Fuori dal suo essere eppure così dentro. Dentro la sua carne.
Si stava scaldando. Si stava accalorando.
Il ritmo delle carezze aumentava e così il suono dei tamburi. Il suo bacino fremeva e si muoveva al tocco delle sue dita. Ed in mezzo alle gambe, a colmarla di godimento, il suo membro. Viscido, caldo, vibrante. Avanti ed indietro. Sempre ed ancora fuori da lei, eppure così carezzevole. Athena si stava lasciando completamente andare, le gote infiammate, la schiena tesa, le natiche in tensione. Lo voleva. Voleva di più. Ma lui non glielo concedeva. Stava diminuendo l’intensità. Le sue carezza ora non si fermavano più nel punto meraviglioso del suo essere, i tamburi ora erano muti.
Lei sbatté gli occhi. Fece per girarsi verso di lui, in una muta domanda (supplica), ma ancora una volta lui non glielo permise. Se non fosse stato per il suo odore e le sue forte e dolci mani, ci sarebbe potuto essere chiunque al suo posto.
Kengei la fece inginocchiare. Ed aprire un po’ le gambe.
Le teneva la testa tirando i capelli verso di lui, verso la sua spalla, così che Athena dovette quasi formare un arco con il suo corpo.
Il sacrificio si sta per compiere, sembrava volesse dire Kenjei alla folla. Sempre muta, ma sempre più eccitata. Athena poteva percepire i cerchi che si aprivano e chiudevano al ritmo della loro eccitazione.
Poi Kenjei la fece mettere carponi ed Athena senti le sua mani scivolare sul suo sesso, premere sulla sua schiena ed afferrargli con forza i fianchi. La penetrò così, con un unica grande spinta, e poi si fermò.
Athena ora sentiva i grossi testicoli appoggiato al suo sesso, un estremo saluto di godimento.
Poi i tamburi ricominciarono a battere e sbattere.
Ritmicamente sentiva il membro di Kenjei fare dentro e fuori, dentro e fuori, con i suoi testicoli che ad ogni affondo sbattevano prepotentemente sul suo sesso. La faceva fremere di godimento quello schiaffeggio, forse ancora più che essere pervasa da lui. Sentiva solo lo sbattere e l’assenza di sbattere. Sbam-sbam, godo, godo. Era bellissimo e per un attimo le braccia le cedettero. Kenjei la risollevò tirandola per i capelli, con maschio vigore la prendeva e la tirava a sé.
Ora le sue mani erano sulla sua vita, come in un indecente ballo indemoniato. La tirava e la lasciava, la sbatteva e la mollava. Strusciava. Lambiva. Godeva.
Ed ora ovunque lei vedeva il fallo di Kenjei, rosa, duro e liscio entrare ed uscire dal suo segreto: turgido, caldo, avvolgente. I suoi gemiti erano cresciuti di intensità e lei percepì con disgusto che i mille occhi ora erano avidi e attivi. Tutti la stavano prendendo. Tutti erano dentro di lei.
Venduta come merce di godimento a persone che non ne erano più capaci.
E, nonostante tutto, il piacere stava crescendo.
Si mosse impercettibilmente nella morsa delle mani di Kenjei e sperò che lui la lasciasse fare. Almeno questo.
Stava cercando il sommo piacere nello sbattersi dentro e con lui. Si doveva solo tendere ancora un po’. Oh si, proprio così.
Lui la lasciava fare e lei con disperazione si tendeva e strusciava come una mendicante. Ora il più bello era iniziato, oramai tutto in lei era affilato alla ricerca del piacere che stava arrivando. Le sue viscere pulsavano. Bum-bum-bum. I tamburi picchiavano su di lei, nelle sue orecchie, nella sua testa. Pam, pam, pam. E mentre Kenjei spingeva all’impazzata sapendo che il suo piacere era vicino, Athena cercò di resistere.
Si stringeva, si ritraeva, vibrava e tremava.
Non voleva dare piacere a quella gente. Non gli averebbe regalato il frutto del suo amore per Kenjei.
Ma non poteva più controllare l’onda calda e liquida che le stava salendo dalle gambe. Era impossibile fermarla.
Come il mare in tempesta si scagliò con forza su di lei e nella foga del momento Athena urlò. Urlò con tutte le sue forze, con tutto il suo essere. Il piacere era troppo, doveva anche uscire dalla sua bocca oltre che dal suo basso ventre. La vibrazione calda salì su di lei partendo dai piedi e fermandosi nel suo sconcio centro; dentro di lei mille brividi la facevano chiudere e schiudere, chiudere e schiudere e si scuoteva, indecentemente; scuoteva il suo sesso su quello di Kenjei prendendo tutto il piacere possibile.
Non ne lasciò neanche una briciola per loro. Tutto per lei.

Non aveva idea se Kenjei fosse venuto. Non le importava neanche questa volta. Era lei la regina e contava solo il suo piacere, ma il liquido caldo che le colò tra le gambe quando lui si ritrasse le fece capire che anche lui non era stato da meno.
Chissà cosa aveva provato lui, tutto il tempo voltato, celato a lei.
Athena era ancora carponi e respirava con affanno. Era rossa in viso, accaldata, sconvolta. Aveva goduto da sola davanti a cinquanta persone. E loro continuavano a fissarla, a bramarla.
Sapeva che non era finita.
Un uomo si fece avanti, sul palco, e Kenjei si spostò. Athena vide che ora il suo membro giaceva placido tra le sue splendide e muscolose cosce. Gli addominali ancora tesi per lo sforzo appena compiuto.
Quel signore saliva sul palco e due ancelle comparirono per spogliarlo. Evidentemente a lei toccava solo prenderlo, per gli altri compiti lei non serviva e c’era la manovalanza. Le venne quasi da ridere, quasi, perché poi provò orrore nel vedere le ragazze che lo eccitavano (o eccitavano la folla), e lo sconosciuto, già duro come un sasso sotto i vestiti, ora era nudo e si ergeva in tutta la sua potenza. Athena Avrebbe voluto scappare, ma era troppo stanca. Troppo sconvolta per farlo. Si lasciò andare sulla schiena, sdraiata e senza forze sul pavimento del palco.
Cercò Kenjei con lo sguardo e vide gli occhi di lui brillare per la soddisfazione; sembrava dicesse, ancora piccola, dai che ti piace. Adesso godo io a guardarti che ti prendono.
Vagamente cosciente di tutto e di niente Atena vide un uomo alla sua sinistra ed altre ancelle, e dopo poco il primo uomo si stese su di lei. Sapeva di marcio e di rancido e quando penetrò in lei, ebbe un sussulto. Gli occhi di Kenjei, solo quello le permettevano di non impazzire. Dietro di lei un altro uomo si stava accovacciando sulla sua faccia e le fu subito chiaro che doveva leccare quanto le veniva proposto. Ma non ce la faceva più. Il suo corpo ora era stordito, intorpidito e senza la protezione di Kenjei era solo carne esposta.
Singhiozzava, come poteva.
Aveva la bocca piena di uno e il sesso pieno di un altro e l’uomo che amava la guardava con compiacimento mentre una delle ancelle muoveva la testa in avanti ed in dietro su di lui, al centro del suo corpo tornato, per l’occasione, nuovamente duro e vigoroso.
Tutt’intorno ora niente era più come prima.
Gemiti, strepitii, sospiri e urla riecheggiavano in tutta la sala. La grande festa era cominciata ed era stata lei a dare il via.
Non sentiva più niente, era svuotata. Oramai non era più lì. Lo sconosciuto si ritirò in fretta, dopo avere goduto con vigore e dopo poco nella sua bocca sentì il liquido caldo che la invadeva.
Si stava addormentando, non stava svenendo. Era più un trovare un angolino confortevole e dormire.
Sentì solo il profumo di Kenjei che la avvolgeva e finalmente poté nascondere il viso contro il suo petto e chiudere gli occhi.

Dimenticare.


 

Ps: a questo link una piccola riflessione a proposito di questa storia.

Piccolo trattato di manipolazione

Nel post precedente ho presentato 4 libri scelti sabato da leggere durante i momenti liberi. In questi due giorni ho iniziato e finito il “Piccolo trattato di manipolazione ad uso degli onesti” di Robert-Vincent Joule e Jean-Léon Beauvois. Che affascinante scoperta il mondo della psicologia sociale!

Questo libro ha mantenuto tutte le attese e le aspettative e si è rivelato anche meglio. Oltre ad essere una  piacevole seria lettura, impostata e sviluppata con metodo da articolo scientifico ma con esempi e un pizzico di humor adatto alla divulgazione al grande pubblico, contiene mille spunti di riflessioni e riferimenti che non mancherò di approfondire.

Ma di cosa parla? Veramente è così facile essere manipolati? Ma cosa vuol dire essere manipolati?

Quello che posso dire è che, in situazioni e scelte che sono capitate anche a me, io pensavo di essere libera di scegliere, invece viene fuori che non è mica tanto vero e che ci sono dei comportamenti -da lungo tempo oramai decodificati- che sono vere e proprie tecniche per influenzarci.
Quale rivelazione!
A dire il vero è una cosa che stavo già in qualche modo intuendo, ma in maniera rozza ed incompleta, avere delle sensazioni ed avere delle teorie suffragate da analisi scientifiche è tutto un altro paio di maniche! E questo libro mi ha donato un’importante chiave di lettura.

Colgo l’occasione per scrivere di una cosa che mi è capitata che, sebbene non rientri negli esempi e nelle casistiche riportate dal libro, mi ha fatto molto riflettere perché mi sono sentita proprio manipolata.

Colloquio di lavoro. Il mio potenziale capo mi incontra conoscerci. Questo tizio, un omonone alto, grosso e ribicondo vestito in maniera distinta ed impeccabile inizia a parlare di sé e di come è arrivato a fondare la sua azienda, Poi però nel discorso tocca temi molto personali, del fatto che è arrivato a fare quello che ha fatto dopo una grave disgrazia in famiglia che mi racconta, di come gestisce la sua vita e i suoi figli, di come per le grande aziende tu sei solo un numero. Insomma, un sacco di dettagli privati e sensibili che onestamente non servivano per conoscerci e per delinerare cosa avrei fatto nella mia posizione, sebbene fossero utilissimi per conoscere il mio potenziale capo (neanche morta, per la cronaca) e la cultura aziendale imperante.Io, lì per lì, pensavo fosse un uomo a cui interessano le persone anche se, già durante il colloquio, certe cose mi mettevano i brividi (a me piace iniziare la mattina con il mio team, bere un caffè insieme e raccontarci della nostra vita. EHHHH? No grazie!) e non capivo dove volesse andare a parare.

Sono uscita dal colloquio con la sgradevole sensazione di essere stata in qualche modo manipolata, nella fattispecie rivelare molto più cose di me di quelle che avrei voluto. Insomma, nessuno mi ha obbligato, ma ripensandoci il colloquio mi metteva a disagio. E non capivo perché. Poi ho avuto l’illuminazione. Più lui si apriva con me e più io mi sentivo anche in dovere di farlo (o forse neanche me ne sono resa conto, chissà, forse in nome di qualche norma sociale della reciprocità). Fatto sta che ho capito che lui, magari anche in buona fede, ha usato questa strategia per carpire informazioni su di me. Cosa legittima e tutto sommato anche coerente, anche se tale metodo ha l’effetto – ex post- di farti sentire gabbato, a lui nel 99% di colloqui non interessa continuare la relazione, bensì scartare i potenziali collaboratori non idonei. Fatto sta che non ci sarei mai andata a lavorare per la sua azienda, ma ciò mi ha fatto riflettere su come sia potente, su di me, il fatto di aprirsi e rivelarsi e di come mi spinge a farlo a mio modo. Adesso capisco perché, tutto sommato, diffido sempre o c’è spesso qualcosa che mi stride nelle persone molto estroverse, molto aperte, tutte abbracci, parole e sorrisi. Di fatto io con loro non mi trovo veramente a mio agio, o comunque qualcosa non mi quadra, perché in qualche modo invadono la mia sfera privata e riservata.