Capitolo 13: Nuova consapevolezza

Jason si alzò dalla scrivania in cui era stato seduto troppo a lungo, con tanti pensieri, e cercò il solo modo che conosceva per scacciare le ombre dai suoi occhi. Il suo amante. Uscì nella tenuta e vagò per un pezzo per il giardino quando, accovacciato tra mille cespugli di lavanda in fiore, vide il suo dio di schiena; ampia, forte, pronta a farlo soffrire ed eccitare. Elias era un maestro di sensualità e per certe cose non lasciava nulla al caso.

Era anche per questo che lo amava, per quella sua vena teatrale e un po’ sadica di prenderlo, inscenando dal vero le sue torride fantasie. Elias non se ne vergognava e pareva bearsi delle sconcerie che riusciva ad architettare per il loro piacere. E, in fondo, era questo che a Jason piaceva, il sapere essere così unitamente maschio in ogni cosa. Anche quando se lo faceva mettere dentro, supplicandolo. Uno scintillio nei suoi occhi maliziosi non la smetteva mai di ardere e ribadire, tanto qui comando io. Era quello che Jason ammirava e lo seduceva e adesso lo capiva. Semplicemente lo ammirava perché voleva essere come lui, o meglio, lui era come lui. Adesso lo sapeva. Adesso lo sentiva, di essere tornato padrone di sé, e si chiese come l’avrebbe presa il suo compagno. Non ci possono essere due tori in un recinto, e in quello specifico recinto voleva tornarci, da padrone. Ma non sapeva se Elias, pur di trattenerlo a sé, avrebbe acconsentito alla sua svolta e crescita. Perché sapeva benissimo che cosa avrebbe costituito. Ma quelle, si disse Jason, erano considerazioni per dopo. Adesso voleva solo divertirsi un po’ con il suo uomo.

Jason lo prese da parte, stava parlando pacatamente con il farmacista e responsabile della produzione, e lanciò uno sguardo che lasciava talmente poco spazio all’immaginazione, quest’ultimo li lasciò rapidamente soli. Jason non poteva saperlo, ma alla tenuta la loro relazione era ampiamente discussa, nonché sicuramente sentita. Non erano mai stati amanti taciturni e il loro, per così dire amore, si era diffuso nell’aria parecchie volte, con il divertimento lascivo di chi li circondava.
La temperatura alla tenuta si era fatta vieppiù calda, sull’onda della loro passione, e i due capi non facevano nulla per frenarla. Si sussurrava di orge ed incontri proibiti, la sera, nei campi, e il terreno stropicciato al mattino lasciava ben poco spazio ad ogni dubbio. Jason però non era interessato a parteciparvi e si chiedeva se Elias invece, quando non era con lui, ne approfittava a piene mani, oppure no. Dopo, glielo avrebbe chiesto. Adesso aveva voglia di toccarlo e quando la sua mano si appoggiò sul petto duro e solido Jason ebbe un fremito di desiderio. “Vuoi prendermi qui, mon chèrie? Il colore lavanda mi dona e, a quanto pare, ti eccita in una nuova maniera” gli disse Elias.

Jason si stupì di quella domanda, da tempo oramai era lui il passivo della coppia e non capiva come aveva potuto Elias comprendere i suoi mutamenti, così velocemente. Alla sua sorpresa Elias reagì con un profondo bacio e ridendo gli disse che aveva riconosciuto quello sguardo. Era lo sguardo del Jason incontrato la prima volta, quello che ancora pensava di avere il mondo in mano. Adesso e da un po’ si era inginocchiato a lui, ma in quello specifico momento aveva potuto cogliere la consapevolezza che da quel momento la prostrazione di e in umiltà, era finita. Era tornato l’arrogante Jason, e da un uomo del genere ci si poteva attendere solo una cosa. Dominio.

Elias rise: “non pensare però, mio caro ragazzo, che le mie escursioni tra le tue natiche siano finite. Diciamo però, che un certo tipo di incursione, quello, aihmè, mi sa che è passato. Ma ho amato molto avere il privilegio di averti così, fragile e rapito totalmente da me. Mi hai concesso un beneficio prezioso e molto, molto eccitante. E di quelle ora di passione in sottomissione non mi dimenticherò mai. Ma dal tuo sguardo vedo che hai maturato in questi tempi una nuova consapevolezza e neanche io te la posso togliere, neanche la passione più sfrenata. Dai vieni, oggi ti insegno come fanno l’amore due persone alla pari. Poi, finito questo, non avrò più nulla da mostrarti, se non mille modi di amarti e fari godere, per l’eternità.” E così dicendo gli prese la mano e la condusse con sicurezza verso il centro della sua passione.

Zoe era inquieta, in camera sua. Accese il suo vibratore e poi lo spense. Sospirò, languida. Non era un pezzo di platica che avrebbe potuto spegnere i suoi biechi istinti. Doveva trovare una vittima consenziente per sfogarsi, ma in quel posto dimenticato da Dio che era casa sua, di uomini decenti non ce ne erano all’orizzonte. Maestri di ginnastica: imbolsiti, i giocatori della locale squadra: troppo giovani, qualche dirigentuccio della fabbrica di suo padre: lacchè.

Lo sapeva cosa voleva fare, doveva solo farlo. Chiamare Jason ed umiliarsi. Rimangiarsi la parola data, soccombere al desiderio di un uomo che ne vuole un altro. No, era escluso. Ma c’era pur sempre Gordon, il suo vecchio fidanzato. Pensò un momento a lui sopra di lei e le venne da piangere. Non ce la faceva proprio ad immaginarselo. Solo all’idea, provava fastidio, no: repulsione. Non poteva mentire a se stessa, doveva assolutamente sentire Jason. Tipo adesso. Se poi lui le avesse dato (ancora) il due di picche, tanto meglio, se lo sarebbe tolto prima dalla testa.

Compose il numero, che sapeva a memoria, perché lo aveva cancellato dalla rubrica.

Attese che squillasse, squilla, rispondi, dai. E lui rispose.

“Pronto Zoe”, disse lui con voce calda e sexy. Dio, quanto gli era mancata quella voce! “Ciao Jason”, disse lei, deglutendo a fatica. Per fortuna era solo al telefono, se lo avesse visto dal vivo si sarebbe già calata le mutandine in un unico gesto. Sono patetica pensò lei, ma sarebbe stato divertente, aggiunge, per perdonarsi. 

“Ti disturbo?” lei gli chiese con premura. “No, tranquilla, sono qui con Elias in un campo di lavanda a controllare la produzione” disse, schiarendosi la voce nel pronunciare l’ultimo pezzo di frase. “Ah capisco” disse lei, “a scopare quindi”, aggiunse. “Se vuoi metterla così” gli rispose lui ridacchiando. “Ma ti assicuro che qui si lavora duro” “Già, durissimo”, disse lei sospirando. “Deve essere proprio il momento del giorno dedicato al sesso, per te, questo, perché ti avevo proprio chiamato per affinare le mie abilità con il sesso telefonico. L’altra volta non era finita proprio bene e a me secca terribilmente non essere la migliore”.
Jason sorrise tra di sé, colpito dall’inatteso colpo di fortuna. Si alzò, ancora nudo, dal giaciglio nell’erba accanto a Elias e mise il vivavoce. “Sai bella Zoe, oggi voglio comunicarti che hai una grande fortuna dalla tua, non hai un maestro, bensì due maestri che ti possono istruire esaustivamente sulle arti dell’amore virtuale. Saluta Elias, da brava”. Zoe si sentì morire dentro. Non le piaceva quel gioco, la ripugnava invero, ma era una debole e non avrebbe interrotto la comunicazione per tutto l’oro del mondo. Maledetto desiderio, si disse. Ne sono schiava e mi fa fare tutto quello che vuole. “Ciao Elias” disse infine lei. “Non che sia un piacere sentirti, ma visto che continui ad essere dentro Jason, non pensavo di poterti trovarti tanto lontano da lui.” “Bhe, sei ancora stata fortunata, carina, se chiamavi prima avresti potuto sentirci molto più vicini di adesso, direi quasi, compenetrati”, le disse lui in tono beffardo, dissipando così ogni debole dubbio di Zoe e riguardo di come stavano ancora le cose tra di loro.
“Cosa hai in mente Jason?” gli chiese Zoe, stizzita, con asprezza “non sai neanche perché ti ho chiamato!” E sentì Elias ridere di gusto mentre Jason, con una faccia che si immaginava compiaciuta al massimo, le rispose: “per scopare, che altro.”

Per Zoe fu come un pugno nello stomaco. Era ovviamente vero, ma avrebbe preferito che le cose si fossero svolte in modo diverso, più velato, con un sottile gioco di prendi e fuggi, forse, o comunque un arrivarci per gradi. Questa brutale verità la feriva nella sua vanità. E nel suo orgoglio. Perché era chiaro che stava elemosinando qualcosa dai suoi nemici.

Poi le venne in mente una cosa. Polpette. Farne carne in scatola. Era possibile girare la situazione a suo vantaggio? Uscirne bene, con dignità e con le sue voglie soddisfatte? Doveva essere più furba di loro e contenersi, per una volta buona.
“Forse a furia di vedere cazzi avete voglia di qualcosa d’altro, tanto per cambiare. La mia mercanzia è dannatamente buona e fremente. Morbida e calda, come solo una donna sa essere, e non ditemi, razza di bastardi degenerati, che non vi sta venendo l’acquolina in bocca al pensiero. Perché dentro la mia passera ci siete stati entrambi, e con sommo piacere. Non fate quindi gli schizzinosi adesso, perché non ci crede nessuno.” E così dicendo accese la videocamera del suo telefono e passo in rassegna molto dettagliatamente ed intimamente di cosa aveva appena discusso. “Non disturbatevi ad accendere la vostra di telecamera, di cazzi duri non mi interesso più da quando ho il mio fido amico di plastica, ma la vostra voce, bhe, quella è mercanzia che ancora reputo interessante. “Vorrai dire delle nostre idee perverse che escono con voce sexy” le disse Jason, abboccando appieno al suo piano.

“Uhm, forse. Dipende da quanto sono buone. Di sicuro non abbastanza buone da farmi venire senza che io mi tocchi, non sarebbe possibile, neanche per te Jason”. Una voce strozzata al di là del telefono la soprese. Si poteva già immaginare l’occhiata di intesa dei due sbruffoni, come a dire che la sfida era già vinta, ma loro ignorava il controllo che lei poteva avere su sé stessa. “Sfida accettata, bambina” le disse Jason. “Ma poi non lamentarti che eravamo due contro uno, quando perderai bellamente” aggiunse Elias.

Per Jason quella sfida capitava a fagiolo. Era rilassato, tranquillo e sessualmente era appena stato appagato, era quindi dannatamente lucido in quel gioco ed avrebbe fatto in modo che Zoe si perdesse tra le sue parole, tra le pieghe dei sui sussurri. Se voleva cominciare a riconquistarla, non c’era esca migliore.

“Bene bambolina, allora direi che poi mettere il telefono sulla scrivania ed inserire i tuoi auricolari.” “Nelle orecchie, a scanso di equivoci”, aggiunge Elias. Maledetto.

“Voglio essere nella tua testa senza che tu mi possa sfuggire”. E Zoe ovviamente ubbidì, inserendo diligentemente e con mano già tremante gli auricolari wireless al loro posto.

“Bene tesoro, adesso vai davanti ad uno specchio.” “Non ho idea di dove ti tu trovi ora, ma di sicuro c’è un bello specchio grande appeso alla parete, che attende solo di essere riempito della tua prorompente bellezza nuda”. “Ed ora guardati, guardati come se ci fossi io in quegli occhi, guardati come sei io stessi contemplando con sommo desiderio ogni curva e piega del tuo corpo. Si, proprio così. Il tuo florido seno che si appoggia languido al petto ed invita all’amore, il tuo addome piatto e muscoloso che scivola sinuosamente verso i tuoi segreti nascosti. Le curve delle tue anche, rotonde ed invitanti. Tutto in te dice amore, grida sesso, e io lo sto vedendo, attraverso di te. Mi piace come apri leggermente la bocca quando sei eccitata, come a cercare aria, mentre da un lato ti torturi il labbro inconsapevolmente. Io sono dentro di te e le tue mani ora sono le mie, tu non sei più padrona del tuo corpo perché sono le mie parole a domarlo, il mio pensiero a plasmarlo.”

A quelle parole Zoe non poté che guardarsi allo specchio in maniera nuova, rapita da quel uomo che era tornato a leggerle dentro. Era come se il tempo si fosse fermato e lei fosse ancora lì, la prima volta, nel suo ufficio, anni luce da adesso e da tutto quello che era accaduto nel mezzo.

Mentre pronunciava quelle parole a Jason incominciò a venire duro e lui si soprese molto di ciò. Non sarebbe stato pronto così presto per un secondo giro con Elias. Lui lo sapeva, quell’eccitazione non era data dall’uomo che aveva davanti, in carne ed ossa, quanto da una strega lontana chissà quanto dal suo corpo fisico. Ma la crescente eccitazione in lui non mentiva e si chiedeva che cosa dovesse farne. Di sicuro adesso non si sarebbe concesso ad Elias in un piccante triangolo, voleva rimanere concentrato sul suo obiettivo. Poi, più tardi, chissà.
Anche Elias lo guardò e quando vide che si era fatto di nuovo duro alzò un sopracciglio con fare tra il canzonatorio e l’altezzoso. Un po’ gli rodeva e non poteva biasimarlo.

Lui rispose allo sguardo con fare ironico, liquidando la pendenza in una frazione di secondo. Questo non è affare tuo, voleva dirgli con gli occhi ed Elias, sebbene avesse capito molto bene la situazione, non ci badò più di tanto e si accoccolò tra le sue ginocchia, guardando il suo uomo che con gli avambracci si teneva sollevato da terra, facendo guizzare i muscoli delle braccia ancora tesi per il recente amplesso tra di loro.

Jason sospirò e riprese a parlare, per fortuna i suoi calzoni non erano lontani e in men che non si dica si era messo anche lui gli auricolari, tagliando fuori dalla conversazione Elias, che poteva capire cosa succedeva solo dalle sue parole.

“Bene piccola, mi piace come ti stai guardando, con quegli occhioni innocenti spalancanti, quasi stupiti, perché quella sirena che vedi allo specchio sei tu.”

“Adesso sdraiati, sempre davanti allo specchio, ed allarga le gambe. Voglio che tu ti guardi mentre lo fai. Adesso lo specchio mi rimanda la scena di una fica scoperta e pulsante, vogliosa di sesso e di amore. La posso sentire fino a qui, fremere di voglia per essere posseduta. E il tuo odore, un misto tra rosmarino e geranio, dolce, invitante, buonissimo. Adesso solleva le natiche dal pavimento e puntellati con i gomiti, così che tu ti possa ammirare ancora meglio. Lo vedi che bel colore che hai, bambina mia? Tutta rossa ed eccitata per me? E dimmi piccola, quanto ti piacerebbe che io fossi li a toccarti adesso? Prima di tutto ti tirerei verso di me, facendoti strusciare in malo modo sul pavimento, e quando ti avrei preso tutta tra le mie braccia mi piegherei per poterti assaggiare. Come si fa con un dolce dopo un pasto copioso, non hai ancora veramente fame, è solo golosità, e forse, forse è anche peggio. Perché hai tutto il tempo per ammirare la portata, per indovinare gusto e consistenza e per chiederti che tipo di piacere ti darà il primo morso. Ti soddisferà abbastanza da volerne ancora? Oppure, appena ceduto al desiderio mi avventerò con foga sul delizioso premio per farlo tutto mio in grandi bocconi rapaci?

Mia cara Zoe, adesso senti che sono su di te, bambina? Senti che ti sto annusando e con la lingua raccolgo quella goccia di umore che sta generosamente colando dal tuo intimo? Uhmm, il tuo gusto è delizioso, il tuo odore inebriante e si, per Dio, ne voglio ancora, ne voglio adesso.”

Jason oramai sentiva Zoe ansimare all’altro capo della cornetta, solo il suo respiro impastato rompeva il silenzio, ritmicamente. La stava trascinando dove voleva solo con il suono della sua voce e ne era morbosamente soddisfatto.

“Adesso puoi toccarti piccola Zoe, inizia piano a sfiorarti là dove la tua carne è più morbida e sensibile”. Jason sorrise. Sapeva che stava barando, ma sapeva anche che, se anche avesse provato a fare una piccola resistenza, la strega non ce l’avrebbe mai fatta, a resistergli. E non vedeva l’ora di avere la testa e le orecchie piene di Zoe, del suo orgasmo fremente, solo per lui.

Zoe, come previsto, provò a protestare. Si sentiva ovattata e leggera come in un sogno e solo vagamente si rendeva conto della situazione e di quanto si era ripromessa. La voce di Jason e il suo condurla e guardarsi a comando, l’avevano come ipnotizzata.

Ma i patti non erano quelli. “No” rispose lei, quasi come un gemito. Soffiato leggero e fremente. Jason si aspettava una resistenza, ma aveva deciso di non lasciarle il tempo di riflettere.

“Tesoro, calmati. Riconnettiti con il pulsare della tua intimità, sentiti di nuovo ed ancora fremere tutta, tutta all’unisono con la mia voce. La mia voce è il mio desiderio, e il mio desiderio è la tua azione. Ciò che io voglio, tu esegui, per il mio sommo piacere. Sei troppo calda ed eccitata per restare così, piccolina, ti devi dare tregua bambolina, voglio sentirti gemere e contorcerti dall’altro capo del filo. Solo per me.”

Zoe stava quasi per arrendersi, la sua mano si era quasi posata con grazia sul suo sesso quando quel contatto la fece sussultare. Fu come una scossa, si svegliò di soprassalto, stordita ed ora, più sicura e sveglia di prima urlò: “NO! Questi non erano i termini della scommessa.”

E poi, sempre più spavalda: “Avevo detto senza toccarmi, e tu avevi acconsentito. Non puoi cambiare le carte in tavola. Non te lo permetto, non questa volta”.
E così dicendo, con uno sforzo di volontà che non sapeva neanche lei dove era andata a scovare, si alzò e pose fine alla conversazione.

Jason dall’altro lato, fu stupito. Non credeva ai suoi occhi, o meglio, alle sue orecchie. La piccola strega l’aveva fregato. Aveva reciso il suo incantesimo, non era possibile. Che cosa aveva sbagliato? Era stato forse troppo precipitoso?
Ora, era furente. Quella puttanella aveva troncato la comunicazione sul più bello, quando lui stava andando con sicurezza a prendersi il suo premio: il suo orgasmo e dunque il suo personale piacere. Gli mancava da morire una voce carezzevole che lo accompagnava negli amplessi, solo adesso se ne stava rendendo conto.

Ad aumentare il suo malumore si aggiungeva il fatto che, durante tutto questo, Elias non aveva smesso per un attimo di guardarlo con acume, ed ora, gli sorrideva scuotendo la testa. “Ah, le donne, inaffidabili e suscettibili. Ma conosco un modo, caro Jason, che potrà calmare il tuo malumore. Se preferisci, chiudi gli occhi ed immagina che sia Zoe a farti questo” e così dicendo si chinò sul suo sesso nudo e palpitante ed iniziò a leccarlo e titillarlo, prima piano, come aveva detto lo stesso Jason a Zoe e poi sempre più vigorosamente fino a che la tensione nei muscoli del suo partner e i suoi gemiti non lasciavano spazio a dubbi sul suo essere vicino al limite di resistenza. Elias allora rallentò il ritmo, lo fece leggermente calmare e solo quando lui tornò ad essere presente e a guardarlo negli occhi, Elias lo fece venire. Voleva essere sicuro che in quel momento stesse pensando a lui e non alla donna maledetta.

Dall’altra parte del paese Zoe si ritrovò in stato confusionale, nuda, davanti ad uno specchio con le labbra, tutte le labbra, gonfie e pulsanti e con una gran confusione in testa. Perché aveva chiuso la comunicazione? Il tocco della sua mano l’aveva salvata e ringraziava sé stessa per quel momento di inaspettata lucidità. Si sarebbe odiata se avesse permesso a lui di violare i termini del loro accordo. Non si fidava più di Jason e questo piccolo episodio confermava ancora una volta quanto lei facesse bene a non farlo e quanto lui fosse un essere spregevole e manipolatore. Come per il bambino, come per il licenziamento, come per Elias. Insomma, sempre. In tutto. Ma non questa volta. Si era imposta sul suo carnefice e ne era orgogliosa. Si, imposta, con il rifiuto. Imposta con un prezzo da pagare molto alto, la sua insoddisfazione sessuale; ma tale era il beneficio arrecato, la stima in sé stessa, che valeva il prezzo del biglietto.

E adesso si disse. Cosa faccio?

Non le rimase quindi che accendere la doccia, voltare la manopola sul blu ghiacciato e buttarcisi sotto con un urlo. L’acqua gelida le congelò i pensieri e quando riuscì di nuovo a connettere spense l’acqua e si catapultò fuori dal box cercando l’asciugamano senza scivolare, spargendo acqua e male parole all’indirizzo dei due degenerati che aveva avuto la sventura di incontrare sul suo cammino.


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