Capitolo 7: fattore primario

Zoe stava oramai pascolando per strade secondarie di campagna da giorni, quando un cartello attirò la sua attenzione. Alle sorgenti, diceva, 2’700 abitanti. Qualcosa dentro di lei scattò e quasi rischiò di uscire di strada, da tanto vigore impresse al volante per puntare al paesino che si scorgeva in lontananza. La mattina si stava svegliando e c’era della nebbiolina che scendeva dolce dal declivio delle colline. E appena più in là si stendeva il bosco, che scendeva degradando verso i campi coltivati e le casette sparse qua e là. Le piaceva cosa stava guardando e, infischiandosene di cosa avrebbe mai potuto fare come lavoro una come lei, lì, in aperta campagna, decise di dirigersi verso il centro del paese. Posteggiò vicino alla chiesa, da parte all’insegna di un piccolo bar. Entrò. “Buongiorno” disse lei con fare allegro.

“Buongiorno” rispose un signore attempato e gentile dietro il bancone. “Cose le servo signorina?” “Avete magari una tisana di erbe?” rispose lei. L’uomo si aprì in un sorriso. “Certo! direttamente da qui. Coltiviamo erbe e prepariamo miscele che spediamo in tutto il mondo, sa”, disse lui con fierezza. “Ah ottimo!” “e assumete anche persone nel fare ciò? Sto giusto cercando un lavoro.” “Bhe non sono io il responsabile del progetto, deve chiedere di Elias, la casa con le imposte gialle, in fondo alla via. Adesso dovrebbe ancora essere in casa”. “Bene, grazie” disse Zoe. “Allora facciamo così, adesso pago e poi torno dopo a bere la tisana, le va bene?” “Ma certo”, le disse il vecchietto con un bel sorriso.
La natura le era sempre piaciuta e, sebbene totalmente ignorante in materia, le sembrava un ottimo modo per ricominciare. E per fuggire da Jason. Perché quell’uomo l’aveva così colpita nel profondo, anche conoscendola così poco, che Zoe non poteva permettergli di entrare oltre. L’avrebbe distrutta. Era semplice sopravvivenza la sua, pensava, mentre con passo leggero percorreva le vie lastricate di sassi del paesino di campagna, vestita in jeans e maglione, in attesa di fare in suo primo colloquio di lavoro per qualcosa che ignorava. Decise di fare una piccola pausa e di fare una ricerca in rete, per capire meglio quale fosse lo scopo del progetto abbozzato dal vecchietto e si stupì di trovare un sito ben fatto, con una grafica accattivante ma in linea con un’idea rurale ed un prodotto di tutto rispetto. Erbe, fiori e foglie del territorio per tisane di svariati tipi e usi, spedizione in tutto il mondo e garanzia di purezza attraverso organi indipendenti. Allora era una cosa seria. Le venne da ridere, era proprio una ragazza fortunata!
Riprese a camminare in direzione della casa in sasso, aveva le imposte gialle e dell’edera rampicante copriva parzialmente la facciata (unita, per la verità, ad altre piante che non riconosceva) rendendo la scorcio bucolico e si, quasi romantico. Chissà chi ci vive, pensò. Decise di scoprirlo e, un po’ intimidita per proporsi così, allo sbaraglio, e un po’ intimorita temendo di disturbare, suono letteralmente la campanella appesa di fianco alla porta. In tintinnio era nitido e brillante e dopo poco un uomo le aprì la porta. “Buongiorno” le disse lui, con un sorriso gentile e degli occhi profondi, “come posso aiutarla?”. Zoe provò una fitta al cuore, il ricordo di lucenti occhi grigi, sornioni, come un gatto, la tormentava da giorni ed ora, ora che forse si voleva fermare, sapeva che in verità stava scappando perché era stata ferita profondamente. Soffriva, perché lui l’aveva usata, e soffriva ancora di più perché ci era cascata come una pera cotta, innamorata del suo aguzzino.

Zoe cercò di scacciare quei tristi pensieri, fece un grande respiro e disse al suo interlocutore:” a dire il vero sono io che vorrei aiutare voi. Mi chiamo Zoe e vorrei propormi per lavorare al vostro progetto”. L’uomo la guardò sorpreso e la fece entrare. L’atrio era piuttosto buio, o forse era la differenza di luce a renderlo così, ma appena spuntati in soggiorno la luce tornava a danzare e rendeva il camino accesso e le piante fiorite invitanti ed accoglienti.

“Si sieda”, le disse l’uomo. “Mi chiamo Elias e sono il proprietario dell’attività delle erbe locali. Posso offrirle qualcosa da bere?” Zoe non perse tempo e chiese di poter provare una delle loro squisite tisane e già che c’era partì con una discreta presentazione di cosa avrebbe potuto fare per loro. Chiacchierarono amabilmente, lei e quello strano tizio, bello si, ma piuttosto particolare. Emanava una tranquillità al solo stargli vicino, che le sue tribolazioni amorose adesso sembravano lontani anni luce, lì, in quel salotto splendente e profumato. Si chiese quanti anni potesse avere e calcolò che dovesse essere un po’ più vecchio di lei e di Jason, ma era dannatamente in forma e la calma nei modi non poteva mascherare il fisico possente.


Dopo aver stabilito che lei si sarebbe potuta occupare di sviluppare il marchio e la sua reputazione online, al momento nessuno si occupava a tempo pieno di ciò, concordarono anche che Elias le avrebbe lasciato la stanza al piano terreno e dato vitto, in cambio delle sue prestazioni lavorative. Al momento avevano investito tanto ed Elias non si poteva permettere qualcuno in busta paga, ma a Zoe questa soluzione andava più che bene. In questo modo avrebbe eroso meno velocemente i suoi risparmi e, tenendosi occupata, avrebbe forse potuto pensare meno a Jason.

In verità avrebbe amato avere uno spazio tutto suo, un giardino dove isolarsi a piangere, ma avrebbe avuto tempo per questo. Non poteva fare un lavoro e non ricevere niente in cambio, non era corretto neanche per Elias e questa soluzione di transizione poteva presentare anche lati positivi inaspettati, si disse, sbirciando sobriamente il sedere alto e snello nei Jeans logori ed usati del suo nuovo capo. Già, si disse, nuovo capo. Zoe, per favore, tienila nei pantaloni. Tanto lo sai che lo staresti facendo solo per fare una ripicca a Jason, o per dimostrare a te stessa che sei ancora bella e desiderabile attraverso gli occhi di un altro uomo.

In quel momento decise che, appena avesse finito le formalità relativa al nuovo lavoro – a dire il vero molto brevi, una stretta di mano a mò di contratto di assunzione e la presa in visione della sua nuova stanza – avrebbe provato a chiamare Jason. Erano giorni che non lo sentiva e lui, dal canto suo, non si era più fatto vivo. Chissà cosa stava facendo.

Jason era stanco. Stanco di lottare, perché di quello si trattava. Niente divertimento, niente sfide, solo pura lotta per la sopravvivenza. Primo: per la sopravvivenza di una azienda non sua, ma di cui sentiva tutto il peso e la responsabilità del fallimento. Seconda, la responsabilità di minimizzare i danni, cosa in cui, ancora una volta, aveva fallito: la nuova dirigenza aveva smembrato tutta la società, a parte la sua unità, con una perizia da sciacalli affamati. Ed ora si ritrovava ancora a lottare per tenere insieme le sue persone, il suo team, i suoi valori, che stavano per essere irrimediabilmente fagocitati dentro un’altra realtà. Dove non gli piaceva stare. Dove si sentiva il fiato sul collo per come lavorava, per i risultati che non aveva ancora potuto ottenere ma che, secondo loro, avrebbero già dovuto concretizzare, visto che per averli avevano pagato un capitale. Avrebbe dovuto essere lusingato invece era solo stanco e nauseato. Erano stati momenti molto difficili e non potere avere Zoe al suo fianco, quella piccola strega impertinente appena conosciuta, era un dolore costante. Forse non era il lavoro che non gli piaceva, forse era lui che non si piaceva, per come si era comportato con lei, non potendola salvare e al contempo tradendo, non sapeva spiegarsi il perché, anche Gordon, il suo amico (nonché ex fidanzato di Zoe). Avrebbe voluto parlargli di lei, spiegargli che aveva una gran voglia di uscire con lei, di amarla.
“Maledizione” si disse, non ho certo bisogno del suo consenso per frequentarla, ma avrebbe almeno potuto dirglielo, che la vedeva. Beh si, vedeva era azzardato. Se mai che se l’era fatta, questo sì, ma avrebbe dato l’idea sbagliata. Lui a lei, ci teneva. Sul serio. Solo che ora era dannatamente troppo occupato a tenere in piedi il lavoro costruito con passione nel corso degli anni, e non avrebbe gettato tutto al vento, per una stupida infatuazione. Chissà dove si era cacciata quella ragazza, l’ultima volta che l’aveva sentita aveva detto di non essere più in città. E allora, dove era?
Voleva chiedere a Gordon tutto quello che non sapeva di lei. Da dove veniva? Aveva una famiglia? Dove sarebbe potuta andare in difficoltà? Non lo sapeva, non sapeva niente di lei, a parte che le sue cosce sode odoravano di violetta e di sesso selvaggio.
Non molto per trovarla.
Avrebbe dovuto chiamarla, di nuovo, sperando che questa volta non gli avrebbe attacco il telefono in faccia ed avesse voluto parlare un po’ con lui. E dirle che si sentiva così frustato e pieno e rabbioso per non poterla stringerla tra le braccia e possederla. Prima l’avrebbe fatta sua, in mille modi e posizioni, e poi si sarebbe scusato e le avrebbe gettato il suo mondo ai suoi piedi.

Ma doveva trovarla.

Mentre rifletteva su tutto ciò la sua nuova assistente, molto alta, molto bella e tanto capace le disse che la riunione con i nuovi vertici era stata anticipata ad adesso, e lo guardò come scusandosi di non essere riuscita a contenere la brama di incontro della dirigenza. Jason la rassicurò, ma con poca convinzione, perché lei se ne andò un po’ offesa e lui, con ancora meno piacere, si avviò mesto in sala riunioni cercando di fingere un entusiasmo che oramai lì, non provava più.

In corridoio ebbe un’illuminazione. Forse, forse già da un po’ quel lavoro non gli piaceva più, ma la bella Zoe aveva forse saputo rendere le sue giornate in ufficio, sempre con la speranza di vederla, meno tediose? Era un’ipotesi interessante, ma adesso non era il momento di fare introspezione, ora doveva agire. Al resto, ci avrebbe pensato dopo.


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