Capitolo 4: piano B

La notte per Zoe era passata, ed anche inaspettatamente bene; si svegliò felice e piena di gioia all’idea che avrebbe potuto avere un bambino, oppure, in caso contrario, avrebbe per sempre capito che il sogno che cullava da un po’ di tempo di avere Jason come compagno, era una pura e semplice una follia. Insomma, comunque sarebbe andata, avrebbe vinto. Rimaneva il piccolo particolare del padre del bambino, ma su quello si soffermò ben poco. Avrebbe potuto benissimo crescere un bambino da sola.

Allora era vero, la signorina Zoe voleva diventare mamma. Quasi disperatamente. Di sicuro, inaspettatamente. Un regalo del destino, confezionato in una carta velenosa, come Jason. Ma l’ebrezza di una possibile maternità compensava ampiamente il dolore del giorno prima.

Fiducia è il mio secondo nome, si ripeté mentalmente e si preparò con gioia alla nuova giornata. Decise che da quel momento in poi, anche se non poteva ancora saperlo per un paio di settimane, avrebbe cambiato il suo stile di vita, per il bene del bimbo. Niente caffè, niente carni rosse né pesce crudo. E solo cose biologiche. Si, le piaceva questo programma. Prendersi cura di sé stessa e di qualcuno d’altro. Se solo fosse stato una certezza! Strinse le gambe e chiese mentalmente: “ehi tu, li dentro, c’è qualcuno in casa?” Nessuna risposta. Sospirò. Doveva ancora attendere per sapere se li dentro c’era un ospite atteso oppure no.

Mentre Jason scendeva le scale di casa e si infilava nell’auto pronta a partire ad un suo cenno, i suoi pensieri erano rivolti alle prossime ore. Incontri e riunioni prima di prendere un aereo che l’avrebbe portato lontano per un paio di giorni, se gli andava bene, da Zoe. Doveva assolutamente prendersi del tempo adesso per parlare con lei, perché poi sarebbe stato troppo tardi. In tutti i sensi, pensando al bambino e alle possibilità a corto termine date dalla medicina per rimediare ai casini combinati da chi ragionava con l’uccello, come aveva fatto lui. Jason si sentiva disperato. Doveva trovare subito Zoe in ufficio e con una scusa poterle parlare.

Il traffico era inteso ed esasperante e si procedeva come al solito a passo d’uomo, quando ad un tratto a Jason parve di vedere, in fondo al marciapiede, una testa di capelli ricci color tiziano che si muoveva in maniera delicata al ritmo del passo della sua proprietaria. Sospirò, “devo avere le allucinazioni”, pensò, ora vedo Zoe ovunque. Ma continuò a guardare fino a che la sconosciuta non girò lievemente il visto di lato e in quelle pieghe del sorriso Jason intuì che era proprio lei. D’altra parte stava andando al lavoro, non era poi così strano incontrarla per strada. E Jason non si lasciò sfuggire l’occasione di parlarle. Disse all’autista di accostare e come un lampo fu in strada. Le toccò il braccio delicatamente, come una muta scusa per l’aggressione del giorno prima. Lei si girò di scatto, trasalendo. La sorpresa sul suo volto si mutò presto in confusione e poi in rabbia. “Cosa vuoi Jason?!”, le abbaio Zoe contrita. “Solo parlare disse lui”, alzando le mani in segno di resa. “Ho la macchina qui vicino, sto andando in ufficio, ti va di venire con me? Ti prego.” Al Jason stronzo poteva anche tenere testa, ma a quel ti prego uscito dal cuore non poteva certo resistere. Lo seguì e si accomodò nell’auto, mentre lui creava la giusta privacy tirando su il divisore.

“Ho una giornata molto impegnata e in tarda mattinata prendo un aereo, non ho creduto ai miei occhi quando ti ho vista lì sul marciapiede Zoe. Volevo assolutamente parlarti. E scusarmi per ieri.” “E parlarti di tanto altro, prima di tutto del possibile bambino e di come…”

Zoe lo ascoltò con attenzione ma non gli lasciò il tempo di finire la frase perché fece un grande respiro, tentennò, ma alla fine gli si avvicinò di scatto e … lo baciò.
Non sapeva perché lo stesse facendo, o forse si, sta di fatto che il bacio si stava pericolosamente trasformando da qualcosa di tenero in qualcosa di furioso. Sembrava dovesse essere così tra di loro, e a Zoe andava bene. Scivolando sinuosamente sui sedili si mise a cavalcioni sulle sue gambe, liberandosi con uno strattone del cappotto. Gli piaceva Jason profumato di fresco, con la giacca blu marine gessata, la camicia bianca inamidata e la cravatta rosso fuoco a contrasto. Lei gli fece scivolare le mani sul petto, aprendole a ventaglio ed assaporando tutto di lui. Il suo sguardo grigio stupito e poi curioso, che la guardava come a volerle carpire i segreti più nascosti della sua anima, era un invito a continuare. E poi lui, che ricambiava le sue carezze. Ancora una volta le sue calde mani scivolarono sulle sue gambe, ancora una volta lambivano i suoi seni, tutto uguale, eppure diverso. “Zoe, questa volta non commetterò una tale follia la seconda volta”, “fermati per piacere” le disse lui. Ma lei non voleva e non poteva fermarsi. Lo voleva, voleva lui e il suo bambino, dentro di lei, adesso. “No, rispose lei”, “voglio cancellare il ricordo di ieri con qualcosa d’altro Jason, questo me lo devi”. Affondato. Lo vide tentennare. Sapeva di avere colto nel segno. “Zoe io non ho preservativi con me e non è quindi una buona idea. Inoltre ..” ma non fece in tempo a finire la frase che già Zoe si era tolta il maglioncino di fine lana e il reggiseno coordinato. Ed ora stava facendo pressione sulla gamba sinistra di Jason per trovare un punto di appoggio e togliersi la gonna”. In men che non si dica era nuda tra le sue braccia, in quell’abitacolo stretto ed odoroso di loro. Zoe strisciò con il sedere fino alla fine delle ginocchia di Jason ed alzando il pube in un provocante invito incominciò a toccarsi. Con una mano si puntellava al tetto dell’auto e con l’altra incominciava ad esplorarsi, con calma. Senza vergona. Aperta ed umida solo per lui. Le sue labbra erano rosse e gonfie e passare il suo dito tra di loro attenuava a malapena il desiderio carnale che aveva tra le cosce. Si umettò con la lingua le labbra rese secche dal calore che le era sorto in viso.

Jason era rapito, guardava con un sorrisetto compiaciuto lo spettacolo e si toccava il membro oramai eretto ma ancora costretto nell’elegante pantalone gessato. Lui portò un dito alla bocca, in un muto cenno di silenzio verso Zoe e schiacciò un tasto alla sua destra. “Portos per favore chiami il mio ufficio ed annunci un piccolo ritardo. Ah e non entrare nel parcheggio dell’ufficio sino a che te lo dico io, grazie”.

Zoe gioì dentro di sé, ce l’aveva quasi fatta.

Continuò a guardarlo e questa volta il suo sguardo si fece cupo, quasi nero, lascivo e languido. Il dito ora stava scivolando facilmente avanti e in dietro sulle sue labbra, tormentandosi il clitoride ad ogni arrivo ed aprendo la mano ad ogni ritirata per lambire tutto il suo sesso. Le piaceva toccarsi e voleva urlare, fare uscire un po’ di tale tormento autoinflitto attraverso la sua voce, ma non poteva. E ciò rendeva il tutto ancora più torbido. Mugugnava versetti come rapita, e per Jason ogni lamento era una staffilata al suo sesso, sentiva il piacere diffondersi anche così, guardando come si contorceva la sua compagna davanti a lui.
Smise di pensare ed inserì il pilota automatico, solo sesso adesso. Solo sensazioni. Si sbottonò i bottoni della patta dei pantaloni, maldicendo i sarti inglese tra sé per non avere messo una comoda zip e se li abbasso quanto poté. Con le mani sui fianchi di Zoe si protese verso di lei per baciarle dolcemente il bacino e per accompagnarla dentro di lui.
Lei era calda, accogliente e pronta per il piacere. Così pronta che Jason si dovette subito fermare notando istintivamente crescere in lei repentinamente un orgasmo. “Non così in fretta piccola strega” le sussurò lui, e Zoe si riprese per un attimo dal suo smarrimento. Le sue forti mani la tenevano ferma adesso, ma quello che lei voleva era solo sfregare e salire e scendere e prendere e dare piacere e lui la teneva immobile.

Puntellò con le mani il petto di lui per fare forza e all’improvviso lui la lasciò andare e si ritrovò con il sedere in alto, e con il suo membro fuori da lei. Stava per riprendere ciò che era suo di diritto quando lui dirottò il suo bacino leggermente verso i suoi tesi addominali e mentre con una mano le accarezza il clitoride con l’altra, fermamente, le fece scivolare il membro duro e umido nel suo sedere. La sorpresa la fermò per un attimo e lui la guardò intensamente, come a chiederle un muto permesso. Lei era troppo sconvolta, troppo eccitata per qualsiasi cosa che non fosse avere piacere e chiuse gli occhi, godendo della sensazione di nuova pienezza dentro di lei.

Rassicurato sul consenso della sua compagna Jason si mosse lentamente dentro di lei, ben sapendo che le sensazioni era molto diverse per entrambi. Per lui essere così stretto e costretto era un tormento, ad ogni brivido di Zoe rischiava di venire talmente era teso e sensibile. Mentre lei, dopo una prima sorpresa iniziale, si era accomodata con sommo piacere in quella nuova posizione e dimensione. “Uhmm è delizioso il modo in cui mi prendi dietro, lo sai mascalzone” disse lei quasi ridendo e continuò “e mi piace quel tuo piccolo dito impertinente che gira e tocca la mia corda più sensibile”. Poi con voce strozzata aggiunse “non so per quanto potrò ancora resistere” e sentiva che i muscoli delle sue natiche si contraevano e si rilasciavano spasmodicamente al ritmo delle sue stoccate. Adesso era umida, viscosa, ed appiccicosa, ovunque. Gli umori di entrambi si stavano spargendo sul sedile e lei temette di macchiargli il gessato fresco di lavanderia. Lui le rantolò e ringhiò insieme di continuare a prenderlo così, che il suo sedere e il suo sesso insieme erano la cosa migliore e il peggior tormento insieme. “Non me ne frega un cazzo dei miei abiti Zoe, voglio solo scoparti così, per sempre”. E per sottolineare ciò incominciò ad aumentare il ritmo che stava imprimendo all’amplesso, guidato dal solo tocco del suo dito abilmente modulato sul clitoride. Adesso premeva e tirava con vigore, in un piacere tanto intenso da fare quasi urlare Zoe di smetterla. Il suo sedere era così caldo ed usato e contratto che riusciva a muoversi su di lui solo con la forza della disperazione, doveva continuare a contorcersi per sfogare il piacere crescente, potente, insaziabile e dolorosamente bello che era dentro di lei. E lui le ansimava e rantolava nell’orecchio quanto fosse bello sentirla così, dentro e fuori di lui, di come le piaceva il suo culo rotondo e sensuale usato da lui, maschio pronta ad usarla. E a godere. E mentre Jason veniva a caldi fiotti percepiti da Zoe nelle sue viscere, anche lei si lasciò andare a tutto, a tutti ed esplose nel suo godimento. Sapeva che stavano entrambi urlando, sentiva i rantoli di lui su di lei e i suoi gridolini acuti, pensava convulsamente all’autista e non gliene importava nulla. Voleva solo liberarsi da quel piacevolissimo tormento.

Lei fu la prima e riprendere il controllo della situazione. Jason ancora la guardava con sguardo quasi rapito, alzando e abbassando gli occhi un po’ sul suo sesso, un po’ sulla sua bocca, al ritmo del suo respiro, ancora pesantemente in affanno.

Sospirò. “Me l’hai fatto fare di nuovo, Zoe, mi ha fatto ancora perdere il controllo”.
Ma la sua bocca ora celava un sorriso e nel dire ciò cercò di alzare il sinuoso posteriore di Zoe dal suo sesso. “No, aspetta!” disse Zoe. Così ti macchierai i vestiti, sciocco. E prese al volo la prima cosa che le capitò sotto mano, la federa di seta del suo cappotto color cammello. Se la avvolse attorno al tornito sedere e quando ebbe steso una coperta di fortuna gli disse: “adesso mi alzo”.
L’abitacolo non le permetteva molte manovre e dovendo tenere anche il cappotto piegò la schiena in un movimento innaturale. Le sue viscere bruciarono quando Jason uscì da lei e il dolore le si dipinse sul viso. Jason la guardò con dolcezza, le mise un dito sotto il mento e le disse: “Ne è valsa la pena, fidati”. Lei sapeva che era così e gli sorrise docilmente.
Cercò di asciugare tutti gli umori alla belle meglio con il suo soprabito molto costoso e quando fu sicura del lavoro eseguito, si mise di lato, da parte a lui. Lo sentì trafficare con il bottone dell’altoparlante, la mano ancora tremante per lo sconvolgente amplesso appena consumato e lo senti dire senza vergogna.  “Cristo Portos, d’ora in avanti voglio preservativi sempre in auto, delle salviettine umide e un completo di ricambio. Ed ora ci puoi portare in ufficio.”

Zoe era rossa come un peperone e lui la guardò ridendo: “Pensi che l’autista sia sordo? Dai, negare era inutile, ed anche se fosse stato duro d’orecchi non può essere tanto ingenuo da non sentire un pesante odore di sesso qui dentro.” E così dicendo aprì il finestrino lasciando entrare nell’abitacolo fresco odore di smog mattutino che aiutò entrambi a riprendersi.

“Tu uscirai di qui a testa alta, non c’è nulla di cui vergognarsi in quanto abbiamo fatto”.
Zoe non era così sicura di quanto lui le aveva appena detto e soprattutto di poter indossare in ufficio il suo cappotto di cashmere impregnato di umori di un rapporto anale con uno dei vertici della compagnia senza battere ciglio, ma pensò fosse meglio convincersi della bontà della cosa.

Stavano ora per entrare nel parcheggio sotterraneo dell’ufficio ed entrambi si erano faticosamente ricomposti quando Jason le disse: “In verità io volevo parlarti di cose importanti, ma ora non c’è più tempo”, ti chiamo io in serata, dall’hotel. Non so che ora sarà, abbiamo un’importante negoziazione e il presidente della compagnia ne sta facendo una malattia, non staccheremo fino a quando non sarà finita.” E mentre l’auto silenziosamente scivolava verso l’entrata del parcheggio sotterraneo Zoe pensò a quanto poco ortodossa fosse la sua situazione. Meno male che non era un suo superiore diretto, pensò, se no avrebbe dovuto cambiare team appena arrivata. Per non parlare delle malelingue.
Ma qualcosa di ben peggiore si delineava all’orizzonte. Quando Portos spense il motore Jason non fece in tempo ad aggiustarsi la cravatta che già la portiera si era aperta dall’esterno, rivelando all’interno dell’abitacolo il viso rubicondo e preoccupato del presidente della compagnia. Avesse aperto Gesù Cristo in persona Zoe, sarebbe stata meno stupita.

“Maledizione Jason, siamo sulla soglia della peggiore chiusura di un contratto e tu arrivi in ritardo! Spero tu abbia una scusa molto valida perché … e non riuscì a finire la frase perché le ultime parole gli si fermarono in gola. “Una donna!” “Maledetto filibustiere, il destino della compagnia è appeso ad un filo e tu arrivi in ritardo… per una donna!” Il Presidente era paonazzo dalla rabbia ma Jason non sembrava preoccupato da tale reazione. Lui di rimando, disse, “mi dispiace del ritardo presidente e per quanto attiene alla sua pertinente osservazione… sì, una donna.. ma non una donna qualunque … la mia futura moglie!” e continuò senza lasciare il tempo a Zoe di intervenire, “Mi dovrà concedere che ci attendono lunghi giorni lontano da casa e sa, ci sono certe situazioni e necessità che un futuro marito non può delegare alle amiche della sposa.” Ed ammiccando mentre diceva questo uscì con eleganza dall’auto, appresso al Presidente che con fare compiaciuto annuiva, ridendo. “Tu ragazzo sai sempre come sdrammatizzare, forse è per questo che hai tanto successo negli affari. Ti direi di dare un ultimo bacio alla futura sposina ma da quanto vedo hai già abusato largamente di tale diritto.” E così dicendo prese la strada dell’ascensore, lasciando Zoe di stucco. Non sapeva se si sentisse così perché il presidente della compagnia in persona, con fama di vecchio bacchettone, aveva capito al volo quale era stata la causa del ritardo, oppure perché Jason aveva mentito tirandola in ballo e peggio ancora invischiandola in una questione molto personale quale il matrimonio. Era veramente allibita, doveva avere una faccia di chi non sa proprio che pesci pigliare.

Jason ebbe solo il tempo di sussurrarle velocemente: “adesso devo proprio scappare, ma non fare quella faccia, futura moglie. Se veramente porti in grembo mio figlio non penserai mica che io non voglia fare di te una donna onesta! Ti chiamo appena posso”. E filò via anche lui nell’ascensore che si stava per chiudere, lasciando Zoe senza parole e senza idee, allibita da tutto quanto era successo in poco meno di un’ora.   


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