Capitolo 3: conflitto di interessi

Zoe aveva finalmente ritrovato un po’ di brio, la nuova sfida professionale la stimolava e si sentiva di nuovo piena di vita. E molto, molto ottimista. Al di là del penoso motivo per cui aveva deciso di cambiare lavoro si rendeva sempre più conto di quanto avesse avuto la necessità di rimettere sui giusti binari la sua vita. Riprendere il contatto con sé stessa. Saranno stato le lezioni di yoga che la compagnia dava ogni mezzogiorno nel seminterrato del palazzo ma ora lei si sentiva molto più centrata e concentrata. E fiduciosa nei suoi mezzi. Fiducia è il mio secondo nome, soleva dire ai colleghi quando tutto andava male e lei se ne usciva con qualche battuta per stemperare l’umore nero e riportare un po’ di fiducia appunto nel lavoro con il suo team.

Adesso però le tremavano le gambe per quello che stava per fare. Era riuscita in maniera un po’ truffaldina ad accedere all’agenda condivisa di Jason ed aveva scelto il momento giusto. Niente riunioni, niente clienti, tardo pomeriggio. Il piano era di andare là dentro, nella tana del lupo e sedersi in maniera rilassata a parlare. Se le andava male. Se la andava bene poteva ambire anche a molto, molto di più. Magari ad un appuntamento. Camminò, salutò il suo assistente che già sapeva della sua venuta ed andò diritta alla porta. Ora aveva il cuore in gola, le tremavano le mani, la gola, il cuore, si sentiva una specie di gelatina ambulante ma reagì e bussò. Solo l’azione del bussare le aveva già infuso una forza nuova, qualcosa del tipo ora si entra in scena! È ora dell’azione.

Senti lui che diceva avanti da lontano, in maniera distratta, sperò di non disturbarlo in un brutto momento. Quando muovette i primi passi verso di lui qualcosa andò storto. Forse erano le nuove scarpe strette comprate per l’occasione, forse era il bordo del tappetto orientale che non si aspettava; insomma incespicò penosamente nei suoi piedi e cadde con poca grazia sul, ora l’aveva scoperto, morbidissimo tappeto di seta. Si maledisse mentalmente e pian piano cercò di mettersi in ginocchio, impresa assai ardua, perché doveva bilanciare il peso del suo corpo ingabbiato dallo stretto tubino che indossava, il tutto cercando di non mostrare le mutande, cosa che le sembrava abbastanza fuori luogo anche per lei. Quando alzò la testa dalla sua bassa visuale a carponi vide che Jason rideva, rideva di gusto e nel frattempo si era alzato dalla scrivania e con passo leggero si avvicinava a lei. Aveva le mani sui fianchi e nessuna intenzione di aiutarla, si gustava la scena come si fa con un buon gelato.

“Se volevi un entrata ad effetto hai colto nel segno Zoe”. E poi, inginocchiandosi accanto a lei sino a toccarle con la mano la sua spalla, “è un piacere rivederti”.

“Hai una strana predilezione molto ottocentesca per gli svenimenti e le cadute, dì, porti anche i sali in borsetta? Ti devo stendere sulla poltrona e farteli inalare per rianimarti?”

Zoe non sapeva se ridere o se piangere ma di sicuro incominciava ad innervosirsi per come la prendeva in giro. Lo guardò torvo e disse seriamente: “No, io sto lontana da tutte le polveri bianche che danno la carica, grazie. La mia è energia naturale.” E poi, alzando pericolosamente il tono aggiunse: “ e ti sarei grata se mi aiutassi a rialzarmi, sono penosamente in una impasse e non posso alzarmi senza o strappare la gonna o mostrarti le mutandine e, visto che oggi le indosso, vorrei evitare di sicuro la prima opzione ed avere momenti più propizi e calzanti per la seconda.” “Grazie.”

Lui ridendo la mise senza sforzo sotto il suo braccio e la alzò con grazia. Non era giusto, lui era quello aggraziato e sinuoso, lei quella che rotolava sulla sabbia e sui tappetti.

Fece un bel respiro e cercò di risistemarsi prima di tutto emotivamente. Lui continuava a non mollarla con lo sguardo e dopo un po’, forse colto da pietà, la fece accomodare alla sedia di fronte alla scrivania sempre tenendola per un braccio. Per evitare altri incidenti, disse, e sorridendo si accomodò dietro la scrivania. Ora la guardava con curiosità. Intensamente, accarezzandosi con l’indice la guancia e il profilo della mascella. Zoe fece un altro respiro profondo. “Beh, ciao Jason” disse. “Ciao” le disse lui di rimando ora spostando le mani sotto il mento e guardandola quasi rapito.
Zoe si chiese se la stava mettendo in difficoltà apposta.

Se solo Zoe avesse saputo quanto era felice in quel momento Jason! Si era chiesto negli ultimi mesi in quale modo e come poteva andare da lei e magicamente quella strega appariva nel suo ufficio. Senza neanche una scusa, a quanto pareva. Come era dolce ed innocente la ragazza. Non si era neanche preparata uno straccio di paravento formale per la visita improvvisa.

“Beh sai Jason, avevo voglia di vederti così sono venuta a trovarti.” Strategia della verità, pura e cruda si disse Zoe. Beh, proprio cruda no, visto che erano stati tanti i pensieri sordidi rivolti al suo indirizzo in questi mesi, ma forse era meglio soprassedere per ora.

“Bene, grazie Zoe, non ti chiedo come sta Gordon visto che lo hai mollato”. Dio, il tono che aveva usato era quasi di velata accusa, come se lui stesse difendendo il cuore infranto dell’amico.

Decise di ammorbidire la questione: “Non che ciò mi sorprenda, visto la calda accoglienza che mi avevi riservato quel giorno vicino al pontile”.

Calò un silenzio pesante, ingombro di accuse velate e di malafede.

Ma cosa diavolo aveva? Perché diceva quelle cose?

Zoe le piaceva, era vero. Ma in fondo la sua ragione non le aveva perdonato la leggerezza di essersi lasciata così andare con uno sconosciuto, oltretutto con un fidanzato a pochi metri ad attenderla. Da qualche parte il tarlo del potrebbe rifarlo, è una pocodibuono, sta alla larga da una così, continuava a girargli in testa.

E la cosa non gli era uscita sino ad ora, quando non se l’era ritrovata davanti. Non era un gran tempismo e Jason si innervosì con sé stesso per non avere sondato a fondo la natura di tale attrazione. Era in difficoltà, la desiderava ma non aveva stima di lei. Non si fidava. Brutta storia. Da una cosa del genere poteva uscire solo sesso sfrenato e cuori infranti. Anche il suo. Doveva stare attento e fare chiarezza con sé stesso.

Zoe dal canto suo fu stupita da quella reazione, da quella risposta velata di accuse.  Perché essere in collera con lei, lei che aveva lasciato Gordon? Per Diana, l’aveva lasciato per lui! Si sentiva arrabbiata, ferita e tradita da quel voltafaccia.  Si, era vero, era stata molto leggera nel cadere nelle braccia di Jason quel mattino sulla spiaggia, ma in fin dei conti si era trattenuta e non era successo niente.
Ma lei sapeva in cuor suo che ciò era una bugia.
Lui la stava rimproverando per come gli aveva aperto il suo cuore, in un istante, lì sulla spiaggia; per come si era lasciata andare senza difese, per come si era innamorata di lui dal primo istante avendo però una relazione con un altro. Sapeva che lui ora era in collera per questo. E forse perché si sentiva in colpa per avere rubato la ragazza ad uno dei suoi migliori amici, anche senza saperlo.

Perché mai un tipo sicuro di sé come lui potesse essere spaventato da questo, Zoe proprio non lo capiva. Ma capiva la rabbia che covava per stare in qualche modo tradendo la fiducia di un amico.
E si sentiva confusa e smarrita perché non sapeva come fare, cosa dire.
E quindi fece una cosa molto stupida che le venne d’istinto.

Si alzò dalla sedia, camminò verso la poltrona girevole di lui e sbattendogli praticamente in faccia il suo decolté gli sussurrò all’orecchio: “Speravo in una accoglienza più calda mia caro uomo di talento. Se tu sei freddo come il ghiaccio io sono calda come il fuoco ed insieme faremo scintille” e per dimostrare la sua tesi incominciò a sbottonarsi il davanti del suo tubino, scoprendo un reggiseno di pizzo rosso flamenco che faceva pensare a cose torride. Dopodiché scivolò in mezzo alle gambe muscolose di lui per sistemarsi comodamente sulle sue ginocchia ed avere la possibilità, da quell’angolazione, di avere accesso al suo orecchio, mentre con la mano libera accarezzava i capelli neri setosi del soggetto da ammansire.

Adesso si sentiva meglio, la rabbia che aveva dentro si stava sciogliendo per trasformarsi in languida passione. Jason evidentemente non si aspettava un attacco frontale di quel genere e per un attimo rimase spiazzato, inchiodato come un ebete alla sua poltrona mentre la strega effettuava il suo sortilegio di amore. Non gli piaceva non avere in mano la situazione, non gli piaceva farsi condurre per strade sconosciute da una di cui non si fidava. La doveva mandare via, ma con una tenacia ed una sfrontatezza del genere un discorsetto trito e ritrito sulla sua non voglia di impegnarsi non sarebbe servito a nulla.
Decise quindi all’improvviso di usare le manieri forti, anche se un po’ gli rincresceva. Forse non se lo meritava la ragazza, ma spaventandola l’avrebbe mandata via molto più velocemente e, di sicuro, definitivamente, rispetto a tante parole.

Zoe, che pensava di avere la situazione in pugno, lo sentiva caldo e duro sotto di lei e l’avrebbe fatto fremere dal desiderio per poi andarsene sul più bello, lasciandolo a bocca asciutta. Questo si meritava il bastardo inchiodato oramai alla sedia e teso nella rete del ragno.

Senonché lui fece qualcosa che lei non aveva previsto.
Con gesto deciso e di consumata esperienza fece scivolare le sue mani sotto le sue cosce, per poi risalire dalle ginocchia portando con sé il suo vestito. Oramai aveva la gonna su alla vita mentre lui saliva con le sue mani sino ai suoi seni e continuava a guardarla con sguardo di ghiaccio, mentre le slacciava i bottoni ancora rimasti chiusi. Ed a uno a uno gli ultimi piccoli baluardi della sua dignità furono spazzati via.
Adesso era lei, quella paralizzata. Oramai lui le aveva fatto scivolare anche la parte superiore del vestito sul petto, che oramai sembrava uno strano corsetto tutto accartocciato in vita.
Ora le stava bruscamente togliendo il reggiseno e senza neanche accorgersene adesso aveva le mani sui suoi seni liberi e le stava torturando i capezzoli. Lui non parlava, aveva solo quello strano sguardo pericoloso negli occhi, come quando i cacciatori guardano i cerbiatti per l’ultima volta prima di aprire il fuoco.
Pericolo, allarme rosso diceva la testa di Zoe, ma il suo corpo urlava piacere e lei si ritrovò ad aprire le gambe.

Il piano di Jason doveva finire così, con lei spogliata e fremente tra le sue braccia, per poi essere umiliata nel suo essersi lasciata andare con tanta lascivia e facilità a lui. L’avrebbe fatta sentire sporca ed inadeguata e l’avrebbe allontanata per sempre da lui. Zero problemi futuri, tutto risolto.

Ma ora, ora che lei rispondeva con ardore non previsto alle sue carezze, ora che i suoi occhi lo guardavano con amore, amore vero e puro, Jason perse la testa.

Sentiva il suo profumo tutto addosso e come si strusciava la ragazza, con forza e sinuosità, come una sconcia ballerina bellissima. Doveva fermarsi, voleva fermarsi, ma non ci stava riuscendo. La rabbia, il desiderio, il senso di colpa represso, tutto gli era esploso nel petto e si stava riversando in maniera fisica su e dentro di lei. L’avrebbe posseduta, li ed adesso, lui che in ufficio non mangiava neanche un panino perché le briciole e l’odore di cibo dove lavorava lo infastidivano troppo. L’Ufficio, il suo luogo sacro, stava per essere profanato da una sirena bellissima e pericolosa. E lo stava facendo senza preservativo, non ne aveva con sé e non si sarebbe fermato per niente al mondo, era andato troppo oltre con le emozioni, la sua testa oramai non pensava più e il suo corpo reagiva con istinto da uomo.

Zoe sentì, come in uno stato confusionale, il rumore di una zip che si apriva e poi qualcosa di caldo e umido e grosso le scivolò dentro. Con voce strozzata riuscì solo a dire in un soffio, Jason no, non senza preservativo ma poi le ondate di piacere le si riversarono dentro e senti lui che le sussurrava all’orecchio; “era questo che volevi piccola strega vero? Adesso muoviti su di me e fammi godere.” Zoe si strusciava avanti e in dietro dentro di lui, su di lui, senza vergogna, mentre lui le diceva: “più forte bella, più forte bella; e poi, godendo così, ti sentirà tutto l’ufficio e tutti sapranno che razza di pocodibuono sei.”
Zoe si fermò, ancora dentro di lui, inorridita da quelle parole. Lo guardò senza riconoscerlo e lui le rimandò uno sguardo glaciale.
Zoe fece per alzarsi da lui, da dentro di lui, ma lui la tenne stretta. “Non vorrai andare via sul più bella signorina, vero? I lavori si iniziano e si finiscono piccola.” E all’improvviso, sempre tenendo Zoe dentro di sé, si alzò dalla sedia e la sbatté vigorosamente contro il muro, iniziando a spingere dentro di lei ondate di puro piacere. Le sue mani le tenevano sollevate le natiche e con il suo ampio petto la teneva contro il muro, mormorandole parole a un tratto carine, ad un tratto oscene. Mi – piace- come – ti – scopo- bambina, diceva, e poi, “sarà un piacere rivestirti piena di miei umori e rimandarti in dietro in sala riunione. I tuoi colleghi per benino che non si sognerebbero mai di farti una cosa del genere. Vero?”

Zoe non riusciva a parlare, era sopraffatta dal piacere e dalla situazione surreale e cercava solo di aprirsi un varco in quella morsa per sfregare il suo punto di non ritorno.
Un piacere caldo e umido si sparse in lei, un grido le uscì poderoso dalle labbra e a stento riconobbe una mana calda sulla sua bocca che smorzava il suo godere. Era finita, eppure lui ancora pompava con foga fino a che, guardandola negli occhi, non venne in maniera rabbiosa, guardandola con brama e con stordimento, come se per un attimo avesse veramente perso la testa.

E ancora dentro di lei si fece strada quella sensazione di viscere calde e umide e appiccicose, quando con orrore Zoe si rese conto che erano gli umori di Jason che le stavano copiosamente colando giù per gamba. Finalmente lui si ritrasse e con fare tanto composto quanto distaccato tirò su la zip. Il sordo rumore le sembrò un boato. “E ora ricomponiti prima di uscire di qui, anche se dopo averti scopato così ti ci vorrà almeno un giorno per riprenderti come si deve”, disse, quasi sogghignando.
Se vuoi ti do un’altra ripassata, ma visto che sono un po’ provato, questa volta chiamerei il mio assistente come rinforzo, spero che non ti dispiaccia”.
Per Zoe questo fu troppo, non era mai stata tanto umiliata in vita sua ed ora era nel caos. “Sei uno stronzo, perché hai reagito così?”, disse, sul punto di piangere.
“Perché tu sei entrata qui con fare da puttanella che voleva solo eccitarmi ed andarsene e a me i giochetti non piacciono. Io gioco per vincere, sempre.” “Ah si” sussurrò Zoe, e poi più forte” e ti piace anche vincere qualche figlio, pazzo bastardo?”. “Io non prendo la pillola e questa scopata potrebbe costarci molto, molto caro”.
Colto nel segno.
Lo vide vacillare. Questo non se lo aspettava.
Ma era la pura e triste verità. Zoe non prendeva la pillola né altri mezzi contraccettivi. Solo il suo fidato amico preservativo. Che questa volta l’aveva tradita.
Jason si sedette alla scrivania e tornò a guadarla come si guarda un essere umano. “Bhe, mia madre impazzirebbe per dei nipotini, magari è la volta buona” riuscì a buttare là, in un patetico tentativo di sdrammatizzare. E nel dire ciò si alzò di nuovo e si avvicinò a lei. Zoe tremava e lui con dolcezza la rivestì: le sistemò le mutandine e le lisciò la gonna sopra il ginocchio, le infilò le maniche del vestito e glielo riabbottonò. Ma il gesto gentile finì senza preavviso così come era iniziato. Due facce del cazzo, pensò Zoe, ma poi Jason interruppe i suoi pensieri dicendole “datti un contegno ed esci di qui, e se tornerai tra nove mesi non avere dubbi che chiederò un test di paternità. Vedi tu.”
E poi, girandosi per congedarla del tutto, le butto li un “Ciao bella” a metà tra il provocatore e il maschio sciovinista”.

Quando Zoe fu uscita, Jason si accasciò sulla sedia. Mio Dio, pensò, ma cosa mi è preso? Sono forse impazzito? Ho perso totalmente il controllo di me, e questo non me lo posso permettere. In fondo pensò, con un sorriso amaro, non sono poi tanto diverso dalla Zoe sul pontile. Ma lei, almeno lì, era riuscita a contenersi. Forse non sono meglio di lei ed ora lo capisco. Come ho potuto essere così orgoglioso e pieno di boria da dimenticare le debolezze umane, le mie prima di tutto? Come ho fatto a diventare così?

Jason si stava prepotentemente rendendo conto che questo incontro aveva rappresentato quello che sempre lo aveva fatto inorridire nei suoi amici: perdere la testa, non proteggersi, non avere rispetto dell’altro. No, lui non era così. Eppure, lo era appena stato. Era una bugia negare, lui era anche così e prima se lo cacciava in testa e prima poteva girare questa triste e squallida pagina della sua vita.
Solo che non sapeva come fare.

La situazione sarebbe già stata complicata così, con una donna che gli piaceva ma che aveva appena usato impunemente per i suoi piaceri, figuriamoci ora con lo spettro di un figlio. O di una malattia venerea. Idiota, si disse e sbatté vigorosamente le mani sulla scrivania. Adesso si doveva calmare, andare a casa, forse in palestra ma di sicuro staccare, uscire da quel ufficio che ancora odorava di sesso e di Zoe, una fragranza che gli toglieva lucidità e lo annebbiava. Domani, a bocce ferme, avrebbe ragionato sul da farsi. E soprattutto cosa fare del forse bambino.

Quando Zoe si ritrovò, presa alla sprovvista, fuori dall’ufficio di Jason non poté fare a meno di pregare mentalmente che i suoi capelli, già ricci e scompigliati di natura, non fossero un totale nido di serpi ma non ebbe tempo per pensare ad altro perché già si ritrovava in bella vista e doveva essere pronta a rialzare la guardia e magari anche cercare di strisciare non vista, ma con dignità, lontano dallo sguardo dall’assistente di Jason che, grazie a Dio, voltandole la schiena, era impegnato in una telefonata in una lingua che non capiva. Camminare le dava il tormento perché lo sperma caldo di Jason ancora le colava sulle scarpe nuove dopo 12 piani e stava sporcando i tappetti lindi e tirati a lucido di tutta l’azienda. Se avessero fatto un test del DNA quante sorprese, pensò, ridendo della situazione grottesca.

Voleva farla ed invece era lei quella che era stata fatta.

Puntò decisa al bagno delle donne di un piano qualsiasi, bastava non fosse il suo. E le ci volle una buona mezz’ora prima che fosse pronta ad affrontare il mondo esterno. A dire il vero avrebbe volentieri dormito li, una profonda stanchezza ora l’aveva assalita misto ad una triste piega funebre. Il suo castello dorato era crollato ancora prima di essere eretto. Beh, qualcosa di eretto in questa storia c’era, ma non era proprio come se l’era immaginato.
Pensa Zoe, pensa. Data dell’ultimo ciclo? Oggi che cavolo di giorno è? Ok, conta bambina mia, conta. Tre, quattro, ok. Se c’era qualcosa chiamata fortuna e non malattia venerea in questa storia, era la data del rapporto. Il momento meno fertile possibile. Poteva rischiarla, e in quel momento decise di non prendere la pillola del giorno dopo. Tanti anni fa era rimasta fregata da un preservativo rotto ed allora, così inesperta ed ingenua. era corsa dalla sua dottoressa a prendere la magica pillola. E si era sentita così male che si era ripromessa di fare la mamma single piuttosto, ma mai più sottoporre il suo corpo ad un tale trauma. Forse era solo molto sensibile a qualche componente, ma ancora si vedeva contorcersi sulla tazza del water, sola ed angosciata. Questa volta sarebbe stato diverso. Comunque sarebbe andata, non sarebbe stato così. Ora aveva una posizione nel mondo che le permetteva di scegliere, di scegliere anche di affrontare un rischio – ma che tenero e dolce rischio! – come quello di poter concepire un bambino.
Un bambino. Essere madre.
Lei non si sentiva certo pronta ma, con il giusto compagno a starle vicino, forse sarebbe stato bello. Addirittura desiderabile. Ci pensò su, seriamente. E si disse che forse ora capiva perché per secoli gli uomini le avevano chiamate il sesso debole: perché loro per vite intere avevano dovuto subire o quantomeno lasciare l’ultima parola sulla scelta di tenere un bambino oppure no, cosa che loro, uomini forti e tutti di un pezzo, non avrebbero mai potuto fare.
Cosa che comunque Jason non avrebbe potuto neanche lontanamente sognare, visto che lei non aveva nessuna intenzione di coinvolgerlo in tale scelta. Ma se veramente sarebbe stato il padre di suo figlio, non era forse giusto decidere insieme? Questa responsabilità toccava anche a lui. Ma il corpo era suo e il diavoletto al suo orecchio le disse di andarsene a casa per quella sera e non fare più niente.


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