Dirty secret

I’ll let you in on a dirty secret, I just wanna be loved.

Roc me out, Rihanna

Athena non sapeva neanche perché lo stesse facendo, sapeva solo di stare camminando in bilico su dei tacchi altissimi dietro a Kenjei. Lui la stava portando in un posto. A fare qualche cosa.

Da come l’aveva incoraggiata – obbligata?- a vestirti lei non nutriva dubbi sul tipo di serata che stava per arrivare. Mutande di pizzo finissime, reggiseno e corsetto abbinati, alta collana di strass al collo, vestito nero a tubino senza spalline, pelliccia sulle spalle nude, i capelli raccolti in un casto (?) chignon e i tacchi a spillo idonei solo per eccitare le menti, non certo per andare a farci un giro.

Lui le aveva detto che questa notte sarebbe stata differente (it’s gonna be different tonight, the best time in your life), la migliore della sua vita e lei gli aveva creduto. Anche se da allora l’inquietudine non la lasciava. I suoi occhi.. il suo sguardo, quasi evasivo, le aveva fatto sorgere qualche dubbio.
Allora perché non aveva chiesto di più?
Sapeva che Kenjei mentiva e non voleva costringerlo a dirle una bugia. Non aveva il coraggio di chiedere, tanto non avrebbe mai potuto dirgli di no. Perché anche se erano solo le briciole (già finite nella spazzatura) della sua vita, lei le prendeva a piene mani: come si fa con fiori odorosi in primavera.
L’alternativa: il nulla.

La sera era arrivata e lui la teneva per mano mentre la conduceva per il corridoio buio del club. Sentiva la musica rimbombare come i battiti del suo cuore.
Non spuntarono in pista, ma furono introdotti in una stanza laterale e poi su, per delle scale. Al secondo piano c’era un ampio salone, vuoto, fatta eccezione che una vasca da bagno. Due ragazze vestite di seta d’organza la presero in custodia e Kenjei sparì.
Le luci erano basse, soffuse e tutto era ovattato li dentro. Le due ancelle la spogliarono e la fecero immergere nella vasca. L’acqua era tiepida e profumava di spezie d’oriente e di legno di sandalo. La lavarono, la pulirono ed infine la fecero uscire e la avvolsero in asciugamani bianchi e morbidi. Su un divanetto spuntato da chissà dove (le luci, erano le luci) era adagiato un abito etereo, bello ed intrigante. In verità non era un abito, si rese conto Athena con orrore. Era una specie di vestaglietta lunga sino ai piedi bianca e trasparente. Non copriva, scopriva. Non celava, metteva in mostra. La fecero sedere con il “vestito” indosso.
A quel punto entrò Kenjei. Lui portava dei pantaloni di lino grezzo con una cordicella stretta in vita per tenerli su. E basta. Il suo splendido corpo luccicava nelle luci della sala e sembrava risplendere di vita propria.
Entrò un uomo. Sembrava un sacerdote. Reggeva tra le mani un calice. Il liquido ambrato era trasparente e denso allo stesso tempo, dipendeva da come lo stava guardando.
Venne invitata a bere. E lei bevve.
Aveva un gusto strano, un po’amaro, sapeva di fieno e di fiori e di spezie sconosciute.
Perché stava facendo tutto questo?
Davvero la miseria di stare qualche momento con Kenjei era così grande?
Dopo un po’ fu più calma. Dopo un altro po’ fu più tranquilla.
Docile. Sottomessa. Si sentiva bene e non bene allo stesso tempo, cosciente ed incosciente insieme.
L’uomo (il sacerdote?) l’aveva fatta alzare in piedi ed aveva unito le sue mani a quelle di Kenjei e le ancelle si erano messe a cantare. Ora quella strana processione stava di nuovo scendendo le scale, più giù, fino alla pista dove un palco rotondo li aspettava.
Tutt’intorno, sguardi sconosciuti. Uomini e donne li fissavano, come se loro stavano per essere l’attrazione della serata.
Uomini e donne; chi seduto, chi in piedi, li guardavano in modo strano. Stranito. Rapito.
Kenjei la fece salire sul palco in mezzo alla pista ed incurante di tutto e di tutti iniziò a baciarla. Athena ricambiò il bacio. Da lontano, dall’esterno, dove era?
Sentiva l’erezione di lui tenderne le brache di tela. Sentiva il suo essere uomo attraverso il sottile velo di abiti che li separavano. Ma sopratutto sentiva mille e mille occhi su di se, come se tante iridi e le tante palpebre formassero un vestito sul suo corpo.
Tutto girava e lei con il tutto.
Kenjei fece il bacio più spinto, ora la sua lingua la lambiva e con il suo corpo la eccitava, strusciandosi ritmicamente su di lei, come al suono di tamburi sconosciuti. Lei era solo una marionetta nelle sue mani, obbediva a lui, alla sua forza, alla sua volontà. E ciecamente vi si sottometteva.
Kenjei le fece scivolare ai suoi piedi la vestaglia, lasciandole addosso solo il suo odore.
E lei si ritrovò a fare altrettanto, sciogliendo il nodo dei suoi pantaloni, spogliandolo davanti a tutti. Non provava vergogna e neanche gelosia, era così che doveva essere, quella sera loro erano i prescelti dal destino per mostrare qualcosa in più. E gli spettatori li guardavano in silenzio, quasi estraniati.
Cosa era quel posto?
Sembrava una cerimonia, doveva essere una cerimonia, solo così si spiegava il nervosismo e l’eccitazione di (adesso) Kenjei quando le aveva chiesto di fare qualcosa di diverso con lui. E lei ora era li, nuda, che abbracciava ed accarezzava il suo uomo. Come se non ci fosse nessuno e come se tutti fossero lei, i suoi occhi, le sue mani, la sua bocca.
Si sentiva accaldata, si sentiva eccitata, si sentiva strana. Sottile. Quasi eterea.
E in quel corpo da Santa sentiva crescere dentro di se la necessità di farsi possedere da lui.
Le sue mani, quelle di Kenjei, fino ad allora abbastanza caste si stavano facendo sconce. Adesso le accarezzavano il collo, girandola verso il pubblico che li accerchiava, incollando la sua schiena al suo forte torace. Tra le sue gambe sentiva strusciare il membro di lui e l’altra mano le torturava un capezzolo.
Esposta. In vendita.
Ma non le importava. Voleva che continuasse a farla vibrare così.
Si sentiva usata. Per quali scopi non lo sapeva.
Ma non poteva ribellarsi, non voleva, voleva solo continuare a sentire il calore tra le sue gambe, il piacere nel suo corpo.
Era lei la protagonista della notte, Kenjei il suo umile servitore.
Allora perché si sentiva così usata? Perché lui l’aveva venduta a mille occhi indiscreti? Perché lui aveva profanato la riservatezza del loro atto di amore ( o di non amore)?
Fece un respiro. Voleva girarsi. Voleva baciare Kenjei e nascondersi tra le sue braccia dai rapaci che la circondavano. Se lei non li avesse visti, sarebbero scomparsi.
Ma lui non glielo permetteva.
La teneva esposta, in vista.
Immagini di Athena mentre veniva accarezzata e gemeva venivano sparate in tutta la sala: davanti, da parte, dietro e sul soffitto. I suoi gemiti erano la musica, musica elaborata dal maestro Kenjei. Il suo viso era ovunque. I suoi spasmi riprodotti ancora e ancora.
Era bellissima, era demoniaca.
Sentiva che nella sala l’eccitazione cresceva. I loro occhi erano legati a lei e si riempivano del suo sesso, del suo godere.
Kenjei continuava ad accarezzarla. Ora le sue mani erano scivolate sul suo sesso. Aveva le gambe aperte. Il bacino sollevato (per dar meglio spettacolo) per carpire fino all’ultima carezza di lui.
Ora il suo sesso rosa, rotondo e palpitante era ovunque. I suoi gemiti rimbombavano nella sala ovale e scura.
Lui sapeva scivolare e fare pressione nei punti più sensibili. Fuori dal suo essere eppure così dentro. Dentro la sua carne.
Si stava scaldando. Si stava accalorando.
Il ritmo delle carezze aumentava e così il suono dei tamburi. Il suo bacino fremeva e si muoveva al tocco delle sue dita. Ed in mezzo alle gambe, a colmarla di godimento, il suo membro. Viscido, caldo, vibrante. Avanti ed indietro. Sempre ed ancora fuori da lei, eppure così carezzevole. Athena si stava lasciando completamente andare, le gote infiammate, la schiena tesa, le natiche in tensione. Lo voleva. Voleva di più. Ma lui non glielo concedeva. Stava diminuendo l’intensità. Le sue carezza ora non si fermavano più nel punto meraviglioso del suo essere, i tamburi ora erano muti.
Lei sbatté gli occhi. Fece per girarsi verso di lui, in una muta domanda (supplica), ma ancora una volta lui non glielo permise. Se non fosse stato per il suo odore e le sue forte e dolci mani, ci sarebbe potuto essere chiunque al suo posto.
Kengei la fece inginocchiare. Ed aprire un po’ le gambe.
Le teneva la testa tirando i capelli verso di lui, verso la sua spalla, così che Athena dovette quasi formare un arco con il suo corpo.
Il sacrificio si sta per compiere, sembrava volesse dire Kenjei alla folla. Sempre muta, ma sempre più eccitata. Athena poteva percepire i cerchi che si aprivano e chiudevano al ritmo della loro eccitazione.
Poi Kenjei la fece mettere carponi ed Athena senti le sua mani scivolare sul suo sesso, premere sulla sua schiena ed afferrargli con forza i fianchi. La penetrò così, con un unica grande spinta, e poi si fermò.
Athena ora sentiva i grossi testicoli appoggiato al suo sesso, un estremo saluto di godimento.
Poi i tamburi ricominciarono a battere e sbattere.
Ritmicamente sentiva il membro di Kenjei fare dentro e fuori, dentro e fuori, con i suoi testicoli che ad ogni affondo sbattevano prepotentemente sul suo sesso. La faceva fremere di godimento quello schiaffeggio, forse ancora più che essere pervasa da lui. Sentiva solo lo sbattere e l’assenza di sbattere. Sbam-sbam, godo, godo. Era bellissimo e per un attimo le braccia le cedettero. Kenjei la risollevò tirandola per i capelli, con maschio vigore la prendeva e la tirava a sé.
Ora le sue mani erano sulla sua vita, come in un indecente ballo indemoniato. La tirava e la lasciava, la sbatteva e la mollava. Strusciava. Lambiva. Godeva.
Ed ora ovunque lei vedeva il fallo di Kenjei, rosa, duro e liscio entrare ed uscire dal suo segreto: turgido, caldo, avvolgente. I suoi gemiti erano cresciuti di intensità e lei percepì con disgusto che i mille occhi ora erano avidi e attivi. Tutti la stavano prendendo. Tutti erano dentro di lei.
Venduta come merce di godimento a persone che non ne erano più capaci.
E, nonostante tutto, il piacere stava crescendo.
Si mosse impercettibilmente nella morsa delle mani di Kenjei e sperò che lui la lasciasse fare. Almeno questo.
Stava cercando il sommo piacere nello sbattersi dentro e con lui. Si doveva solo tendere ancora un po’. Oh si, proprio così.
Lui la lasciava fare e lei con disperazione si tendeva e strusciava come una mendicante. Ora il più bello era iniziato, oramai tutto in lei era affilato alla ricerca del piacere che stava arrivando. Le sue viscere pulsavano. Bum-bum-bum. I tamburi picchiavano su di lei, nelle sue orecchie, nella sua testa. Pam, pam, pam. E mentre Kenjei spingeva all’impazzata sapendo che il suo piacere era vicino, Athena cercò di resistere.
Si stringeva, si ritraeva, vibrava e tremava.
Non voleva dare piacere a quella gente. Non gli averebbe regalato il frutto del suo amore per Kenjei.
Ma non poteva più controllare l’onda calda e liquida che le stava salendo dalle gambe. Era impossibile fermarla.
Come il mare in tempesta si scagliò con forza su di lei e nella foga del momento Athena urlò. Urlò con tutte le sue forze, con tutto il suo essere. Il piacere era troppo, doveva anche uscire dalla sua bocca oltre che dal suo basso ventre. La vibrazione calda salì su di lei partendo dai piedi e fermandosi nel suo sconcio centro; dentro di lei mille brividi la facevano chiudere e schiudere, chiudere e schiudere e si scuoteva, indecentemente; scuoteva il suo sesso su quello di Kenjei prendendo tutto il piacere possibile.
Non ne lasciò neanche una briciola per loro. Tutto per lei.

Non aveva idea se Kenjei fosse venuto. Non le importava neanche questa volta. Era lei la regina e contava solo il suo piacere, ma il liquido caldo che le colò tra le gambe quando lui si ritrasse le fece capire che anche lui non era stato da meno.
Chissà cosa aveva provato lui, tutto il tempo voltato, celato a lei.
Athena era ancora carponi e respirava con affanno. Era rossa in viso, accaldata, sconvolta. Aveva goduto da sola davanti a cinquanta persone. E loro continuavano a fissarla, a bramarla.
Sapeva che non era finita.
Un uomo si fece avanti, sul palco, e Kenjei si spostò. Athena vide che ora il suo membro giaceva placido tra le sue splendide e muscolose cosce. Gli addominali ancora tesi per lo sforzo appena compiuto.
Quel signore saliva sul palco e due ancelle comparirono per spogliarlo. Evidentemente a lei toccava solo prenderlo, per gli altri compiti lei non serviva e c’era la manovalanza. Le venne quasi da ridere, quasi, perché poi provò orrore nel vedere le ragazze che lo eccitavano (o eccitavano la folla), e lo sconosciuto, già duro come un sasso sotto i vestiti, ora era nudo e si ergeva in tutta la sua potenza. Athena Avrebbe voluto scappare, ma era troppo stanca. Troppo sconvolta per farlo. Si lasciò andare sulla schiena, sdraiata e senza forze sul pavimento del palco.
Cercò Kenjei con lo sguardo e vide gli occhi di lui brillare per la soddisfazione; sembrava dicesse, ancora piccola, dai che ti piace. Adesso godo io a guardarti che ti prendono.
Vagamente cosciente di tutto e di niente Atena vide un uomo alla sua sinistra ed altre ancelle, e dopo poco il primo uomo si stese su di lei. Sapeva di marcio e di rancido e quando penetrò in lei, ebbe un sussulto. Gli occhi di Kenjei, solo quello le permettevano di non impazzire. Dietro di lei un altro uomo si stava accovacciando sulla sua faccia e le fu subito chiaro che doveva leccare quanto le veniva proposto. Ma non ce la faceva più. Il suo corpo ora era stordito, intorpidito e senza la protezione di Kenjei era solo carne esposta.
Singhiozzava, come poteva.
Aveva la bocca piena di uno e il sesso pieno di un altro e l’uomo che amava la guardava con compiacimento mentre una delle ancelle muoveva la testa in avanti ed in dietro su di lui, al centro del suo corpo tornato, per l’occasione, nuovamente duro e vigoroso.
Tutt’intorno ora niente era più come prima.
Gemiti, strepitii, sospiri e urla riecheggiavano in tutta la sala. La grande festa era cominciata ed era stata lei a dare il via.
Non sentiva più niente, era svuotata. Oramai non era più lì. Lo sconosciuto si ritirò in fretta, dopo avere goduto con vigore e dopo poco nella sua bocca sentì il liquido caldo che la invadeva.
Si stava addormentando, non stava svenendo. Era più un trovare un angolino confortevole e dormire.
Sentì solo il profumo di Kenjei che la avvolgeva e finalmente poté nascondere il viso contro il suo petto e chiudere gli occhi.

Dimenticare.


 

Ps: a questo link una piccola riflessione a proposito di questa storia.

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