Piccolo trattato di manipolazione

Nel post precedente ho presentato 4 libri scelti sabato da leggere durante i momenti liberi. In questi due giorni ho iniziato e finito il “Piccolo trattato di manipolazione ad uso degli onesti” di Robert-Vincent Joule e Jean-Léon Beauvois. Che affascinante scoperta il mondo della psicologia sociale!

Questo libro ha mantenuto tutte le attese e le aspettative e si è rivelato anche meglio. Oltre ad essere una  piacevole seria lettura, impostata e sviluppata con metodo da articolo scientifico ma con esempi e un pizzico di humor adatto alla divulgazione al grande pubblico, contiene mille spunti di riflessioni e riferimenti che non mancherò di approfondire.

Ma di cosa parla? Veramente è così facile essere manipolati? Ma cosa vuol dire essere manipolati?

Quello che posso dire è che, in situazioni e scelte che sono capitate anche a me, io pensavo di essere libera di scegliere, invece viene fuori che non è mica tanto vero e che ci sono dei comportamenti -da lungo tempo oramai decodificati- che sono vere e proprie tecniche per influenzarci.
Quale rivelazione!
A dire il vero è una cosa che stavo già in qualche modo intuendo, ma in maniera rozza ed incompleta, avere delle sensazioni ed avere delle teorie suffragate da analisi scientifiche è tutto un altro paio di maniche! E questo libro mi ha donato un’importante chiave di lettura.

Colgo l’occasione per scrivere di una cosa che mi è capitata che, sebbene non rientri negli esempi e nelle casistiche riportate dal libro, mi ha fatto molto riflettere perché mi sono sentita proprio manipolata.

Colloquio di lavoro. Il mio potenziale capo mi incontra conoscerci. Questo tizio, un omonone alto, grosso e ribicondo vestito in maniera distinta ed impeccabile inizia a parlare di sé e di come è arrivato a fondare la sua azienda, Poi però nel discorso tocca temi molto personali, del fatto che è arrivato a fare quello che ha fatto dopo una grave disgrazia in famiglia che mi racconta, di come gestisce la sua vita e i suoi figli, di come per le grande aziende tu sei solo un numero. Insomma, un sacco di dettagli privati e sensibili che onestamente non servivano per conoscerci e per delinerare cosa avrei fatto nella mia posizione, sebbene fossero utilissimi per conoscere il mio potenziale capo (neanche morta, per la cronaca) e la cultura aziendale imperante.Io, lì per lì, pensavo fosse un uomo a cui interessano le persone anche se, già durante il colloquio, certe cose mi mettevano i brividi (a me piace iniziare la mattina con il mio team, bere un caffè insieme e raccontarci della nostra vita. EHHHH? No grazie!) e non capivo dove volesse andare a parare.

Sono uscita dal colloquio con la sgradevole sensazione di essere stata in qualche modo manipolata, nella fattispecie rivelare molto più cose di me di quelle che avrei voluto. Insomma, nessuno mi ha obbligato, ma ripensandoci il colloquio mi metteva a disagio. E non capivo perché. Poi ho avuto l’illuminazione. Più lui si apriva con me e più io mi sentivo anche in dovere di farlo (o forse neanche me ne sono resa conto, chissà, forse in nome di qualche norma sociale della reciprocità). Fatto sta che ho capito che lui, magari anche in buona fede, ha usato questa strategia per carpire informazioni su di me. Cosa legittima e tutto sommato anche coerente, anche se tale metodo ha l’effetto – ex post- di farti sentire gabbato, a lui nel 99% di colloqui non interessa continuare la relazione, bensì scartare i potenziali collaboratori non idonei. Fatto sta che non ci sarei mai andata a lavorare per la sua azienda, ma ciò mi ha fatto riflettere su come sia potente, su di me, il fatto di aprirsi e rivelarsi e di come mi spinge a farlo a mio modo. Adesso capisco perché, tutto sommato, diffido sempre o c’è spesso qualcosa che mi stride nelle persone molto estroverse, molto aperte, tutte abbracci, parole e sorrisi. Di fatto io con loro non mi trovo veramente a mio agio, o comunque qualcosa non mi quadra, perché in qualche modo invadono la mia sfera privata e riservata.

 

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