Dirty secret

I’ll let you in on a dirty secret, I just wanna be loved.

Roc me out, Rihanna

Athena non sapeva neanche perché lo stesse facendo, sapeva solo di stare camminando in bilico su dei tacchi altissimi dietro a Kenjei. Lui la stava portando in un posto. A fare qualche cosa.

Da come l’aveva incoraggiata – obbligata?- a vestirti lei non nutriva dubbi sul tipo di serata che stava per arrivare. Mutande di pizzo finissime, reggiseno e corsetto abbinati, alta collana di strass al collo, vestito nero a tubino senza spalline, pelliccia sulle spalle nude, i capelli raccolti in un casto (?) chignon e i tacchi a spillo idonei solo per eccitare le menti, non certo per andare a farci un giro.

Lui le aveva detto che questa notte sarebbe stata differente (it’s gonna be different tonight, the best time in your life), la migliore della sua vita e lei gli aveva creduto. Anche se da allora l’inquietudine non la lasciava. I suoi occhi.. il suo sguardo, quasi evasivo, le aveva fatto sorgere qualche dubbio.
Allora perché non aveva chiesto di più?
Sapeva che Kenjei mentiva e non voleva costringerlo a dirle una bugia. Non aveva il coraggio di chiedere, tanto non avrebbe mai potuto dirgli di no. Perché anche se erano solo le briciole (già finite nella spazzatura) della sua vita, lei le prendeva a piene mani: come si fa con fiori odorosi in primavera.
L’alternativa: il nulla.

La sera era arrivata e lui la teneva per mano mentre la conduceva per il corridoio buio del club. Sentiva la musica rimbombare come i battiti del suo cuore.
Non spuntarono in pista, ma furono introdotti in una stanza laterale e poi su, per delle scale. Al secondo piano c’era un ampio salone, vuoto, fatta eccezione che una vasca da bagno. Due ragazze vestite di seta d’organza la presero in custodia e Kenjei sparì.
Le luci erano basse, soffuse e tutto era ovattato li dentro. Le due ancelle la spogliarono e la fecero immergere nella vasca. L’acqua era tiepida e profumava di spezie d’oriente e di legno di sandalo. La lavarono, la pulirono ed infine la fecero uscire e la avvolsero in asciugamani bianchi e morbidi. Su un divanetto spuntato da chissà dove (le luci, erano le luci) era adagiato un abito etereo, bello ed intrigante. In verità non era un abito, si rese conto Athena con orrore. Era una specie di vestaglietta lunga sino ai piedi bianca e trasparente. Non copriva, scopriva. Non celava, metteva in mostra. La fecero sedere con il “vestito” indosso.
A quel punto entrò Kenjei. Lui portava dei pantaloni di lino grezzo con una cordicella stretta in vita per tenerli su. E basta. Il suo splendido corpo luccicava nelle luci della sala e sembrava risplendere di vita propria.
Entrò un uomo. Sembrava un sacerdote. Reggeva tra le mani un calice. Il liquido ambrato era trasparente e denso allo stesso tempo, dipendeva da come lo stava guardando.
Venne invitata a bere. E lei bevve.
Aveva un gusto strano, un po’amaro, sapeva di fieno e di fiori e di spezie sconosciute.
Perché stava facendo tutto questo?
Davvero la miseria di stare qualche momento con Kenjei era così grande?
Dopo un po’ fu più calma. Dopo un altro po’ fu più tranquilla.
Docile. Sottomessa. Si sentiva bene e non bene allo stesso tempo, cosciente ed incosciente insieme.
L’uomo (il sacerdote?) l’aveva fatta alzare in piedi ed aveva unito le sue mani a quelle di Kenjei e le ancelle si erano messe a cantare. Ora quella strana processione stava di nuovo scendendo le scale, più giù, fino alla pista dove un palco rotondo li aspettava.
Tutt’intorno, sguardi sconosciuti. Uomini e donne li fissavano, come se loro stavano per essere l’attrazione della serata.
Uomini e donne; chi seduto, chi in piedi, li guardavano in modo strano. Stranito. Rapito.
Kenjei la fece salire sul palco in mezzo alla pista ed incurante di tutto e di tutti iniziò a baciarla. Athena ricambiò il bacio. Da lontano, dall’esterno, dove era?
Sentiva l’erezione di lui tenderne le brache di tela. Sentiva il suo essere uomo attraverso il sottile velo di abiti che li separavano. Ma sopratutto sentiva mille e mille occhi su di se, come se tante iridi e le tante palpebre formassero un vestito sul suo corpo.
Tutto girava e lei con il tutto.
Kenjei fece il bacio più spinto, ora la sua lingua la lambiva e con il suo corpo la eccitava, strusciandosi ritmicamente su di lei, come al suono di tamburi sconosciuti. Lei era solo una marionetta nelle sue mani, obbediva a lui, alla sua forza, alla sua volontà. E ciecamente vi si sottometteva.
Kenjei le fece scivolare ai suoi piedi la vestaglia, lasciandole addosso solo il suo odore.
E lei si ritrovò a fare altrettanto, sciogliendo il nodo dei suoi pantaloni, spogliandolo davanti a tutti. Non provava vergogna e neanche gelosia, era così che doveva essere, quella sera loro erano i prescelti dal destino per mostrare qualcosa in più. E gli spettatori li guardavano in silenzio, quasi estraniati.
Cosa era quel posto?
Sembrava una cerimonia, doveva essere una cerimonia, solo così si spiegava il nervosismo e l’eccitazione di (adesso) Kenjei quando le aveva chiesto di fare qualcosa di diverso con lui. E lei ora era li, nuda, che abbracciava ed accarezzava il suo uomo. Come se non ci fosse nessuno e come se tutti fossero lei, i suoi occhi, le sue mani, la sua bocca.
Si sentiva accaldata, si sentiva eccitata, si sentiva strana. Sottile. Quasi eterea.
E in quel corpo da Santa sentiva crescere dentro di se la necessità di farsi possedere da lui.
Le sue mani, quelle di Kenjei, fino ad allora abbastanza caste si stavano facendo sconce. Adesso le accarezzavano il collo, girandola verso il pubblico che li accerchiava, incollando la sua schiena al suo forte torace. Tra le sue gambe sentiva strusciare il membro di lui e l’altra mano le torturava un capezzolo.
Esposta. In vendita.
Ma non le importava. Voleva che continuasse a farla vibrare così.
Si sentiva usata. Per quali scopi non lo sapeva.
Ma non poteva ribellarsi, non voleva, voleva solo continuare a sentire il calore tra le sue gambe, il piacere nel suo corpo.
Era lei la protagonista della notte, Kenjei il suo umile servitore.
Allora perché si sentiva così usata? Perché lui l’aveva venduta a mille occhi indiscreti? Perché lui aveva profanato la riservatezza del loro atto di amore ( o di non amore)?
Fece un respiro. Voleva girarsi. Voleva baciare Kenjei e nascondersi tra le sue braccia dai rapaci che la circondavano. Se lei non li avesse visti, sarebbero scomparsi.
Ma lui non glielo permetteva.
La teneva esposta, in vista.
Immagini di Athena mentre veniva accarezzata e gemeva venivano sparate in tutta la sala: davanti, da parte, dietro e sul soffitto. I suoi gemiti erano la musica, musica elaborata dal maestro Kenjei. Il suo viso era ovunque. I suoi spasmi riprodotti ancora e ancora.
Era bellissima, era demoniaca.
Sentiva che nella sala l’eccitazione cresceva. I loro occhi erano legati a lei e si riempivano del suo sesso, del suo godere.
Kenjei continuava ad accarezzarla. Ora le sue mani erano scivolate sul suo sesso. Aveva le gambe aperte. Il bacino sollevato (per dar meglio spettacolo) per carpire fino all’ultima carezza di lui.
Ora il suo sesso rosa, rotondo e palpitante era ovunque. I suoi gemiti rimbombavano nella sala ovale e scura.
Lui sapeva scivolare e fare pressione nei punti più sensibili. Fuori dal suo essere eppure così dentro. Dentro la sua carne.
Si stava scaldando. Si stava accalorando.
Il ritmo delle carezze aumentava e così il suono dei tamburi. Il suo bacino fremeva e si muoveva al tocco delle sue dita. Ed in mezzo alle gambe, a colmarla di godimento, il suo membro. Viscido, caldo, vibrante. Avanti ed indietro. Sempre ed ancora fuori da lei, eppure così carezzevole. Athena si stava lasciando completamente andare, le gote infiammate, la schiena tesa, le natiche in tensione. Lo voleva. Voleva di più. Ma lui non glielo concedeva. Stava diminuendo l’intensità. Le sue carezza ora non si fermavano più nel punto meraviglioso del suo essere, i tamburi ora erano muti.
Lei sbatté gli occhi. Fece per girarsi verso di lui, in una muta domanda (supplica), ma ancora una volta lui non glielo permise. Se non fosse stato per il suo odore e le sue forte e dolci mani, ci sarebbe potuto essere chiunque al suo posto.
Kengei la fece inginocchiare. Ed aprire un po’ le gambe.
Le teneva la testa tirando i capelli verso di lui, verso la sua spalla, così che Athena dovette quasi formare un arco con il suo corpo.
Il sacrificio si sta per compiere, sembrava volesse dire Kenjei alla folla. Sempre muta, ma sempre più eccitata. Athena poteva percepire i cerchi che si aprivano e chiudevano al ritmo della loro eccitazione.
Poi Kenjei la fece mettere carponi ed Athena senti le sua mani scivolare sul suo sesso, premere sulla sua schiena ed afferrargli con forza i fianchi. La penetrò così, con un unica grande spinta, e poi si fermò.
Athena ora sentiva i grossi testicoli appoggiato al suo sesso, un estremo saluto di godimento.
Poi i tamburi ricominciarono a battere e sbattere.
Ritmicamente sentiva il membro di Kenjei fare dentro e fuori, dentro e fuori, con i suoi testicoli che ad ogni affondo sbattevano prepotentemente sul suo sesso. La faceva fremere di godimento quello schiaffeggio, forse ancora più che essere pervasa da lui. Sentiva solo lo sbattere e l’assenza di sbattere. Sbam-sbam, godo, godo. Era bellissimo e per un attimo le braccia le cedettero. Kenjei la risollevò tirandola per i capelli, con maschio vigore la prendeva e la tirava a sé.
Ora le sue mani erano sulla sua vita, come in un indecente ballo indemoniato. La tirava e la lasciava, la sbatteva e la mollava. Strusciava. Lambiva. Godeva.
Ed ora ovunque lei vedeva il fallo di Kenjei, rosa, duro e liscio entrare ed uscire dal suo segreto: turgido, caldo, avvolgente. I suoi gemiti erano cresciuti di intensità e lei percepì con disgusto che i mille occhi ora erano avidi e attivi. Tutti la stavano prendendo. Tutti erano dentro di lei.
Venduta come merce di godimento a persone che non ne erano più capaci.
E, nonostante tutto, il piacere stava crescendo.
Si mosse impercettibilmente nella morsa delle mani di Kenjei e sperò che lui la lasciasse fare. Almeno questo.
Stava cercando il sommo piacere nello sbattersi dentro e con lui. Si doveva solo tendere ancora un po’. Oh si, proprio così.
Lui la lasciava fare e lei con disperazione si tendeva e strusciava come una mendicante. Ora il più bello era iniziato, oramai tutto in lei era affilato alla ricerca del piacere che stava arrivando. Le sue viscere pulsavano. Bum-bum-bum. I tamburi picchiavano su di lei, nelle sue orecchie, nella sua testa. Pam, pam, pam. E mentre Kenjei spingeva all’impazzata sapendo che il suo piacere era vicino, Athena cercò di resistere.
Si stringeva, si ritraeva, vibrava e tremava.
Non voleva dare piacere a quella gente. Non gli averebbe regalato il frutto del suo amore per Kenjei.
Ma non poteva più controllare l’onda calda e liquida che le stava salendo dalle gambe. Era impossibile fermarla.
Come il mare in tempesta si scagliò con forza su di lei e nella foga del momento Athena urlò. Urlò con tutte le sue forze, con tutto il suo essere. Il piacere era troppo, doveva anche uscire dalla sua bocca oltre che dal suo basso ventre. La vibrazione calda salì su di lei partendo dai piedi e fermandosi nel suo sconcio centro; dentro di lei mille brividi la facevano chiudere e schiudere, chiudere e schiudere e si scuoteva, indecentemente; scuoteva il suo sesso su quello di Kenjei prendendo tutto il piacere possibile.
Non ne lasciò neanche una briciola per loro. Tutto per lei.

Non aveva idea se Kenjei fosse venuto. Non le importava neanche questa volta. Era lei la regina e contava solo il suo piacere, ma il liquido caldo che le colò tra le gambe quando lui si ritrasse le fece capire che anche lui non era stato da meno.
Chissà cosa aveva provato lui, tutto il tempo voltato, celato a lei.
Athena era ancora carponi e respirava con affanno. Era rossa in viso, accaldata, sconvolta. Aveva goduto da sola davanti a cinquanta persone. E loro continuavano a fissarla, a bramarla.
Sapeva che non era finita.
Un uomo si fece avanti, sul palco, e Kenjei si spostò. Athena vide che ora il suo membro giaceva placido tra le sue splendide e muscolose cosce. Gli addominali ancora tesi per lo sforzo appena compiuto.
Quel signore saliva sul palco e due ancelle comparirono per spogliarlo. Evidentemente a lei toccava solo prenderlo, per gli altri compiti lei non serviva e c’era la manovalanza. Le venne quasi da ridere, quasi, perché poi provò orrore nel vedere le ragazze che lo eccitavano (o eccitavano la folla), e lo sconosciuto, già duro come un sasso sotto i vestiti, ora era nudo e si ergeva in tutta la sua potenza. Athena Avrebbe voluto scappare, ma era troppo stanca. Troppo sconvolta per farlo. Si lasciò andare sulla schiena, sdraiata e senza forze sul pavimento del palco.
Cercò Kenjei con lo sguardo e vide gli occhi di lui brillare per la soddisfazione; sembrava dicesse, ancora piccola, dai che ti piace. Adesso godo io a guardarti che ti prendono.
Vagamente cosciente di tutto e di niente Atena vide un uomo alla sua sinistra ed altre ancelle, e dopo poco il primo uomo si stese su di lei. Sapeva di marcio e di rancido e quando penetrò in lei, ebbe un sussulto. Gli occhi di Kenjei, solo quello le permettevano di non impazzire. Dietro di lei un altro uomo si stava accovacciando sulla sua faccia e le fu subito chiaro che doveva leccare quanto le veniva proposto. Ma non ce la faceva più. Il suo corpo ora era stordito, intorpidito e senza la protezione di Kenjei era solo carne esposta.
Singhiozzava, come poteva.
Aveva la bocca piena di uno e il sesso pieno di un altro e l’uomo che amava la guardava con compiacimento mentre una delle ancelle muoveva la testa in avanti ed in dietro su di lui, al centro del suo corpo tornato, per l’occasione, nuovamente duro e vigoroso.
Tutt’intorno ora niente era più come prima.
Gemiti, strepitii, sospiri e urla riecheggiavano in tutta la sala. La grande festa era cominciata ed era stata lei a dare il via.
Non sentiva più niente, era svuotata. Oramai non era più lì. Lo sconosciuto si ritirò in fretta, dopo avere goduto con vigore e dopo poco nella sua bocca sentì il liquido caldo che la invadeva.
Si stava addormentando, non stava svenendo. Era più un trovare un angolino confortevole e dormire.
Sentì solo il profumo di Kenjei che la avvolgeva e finalmente poté nascondere il viso contro il suo petto e chiudere gli occhi.

Dimenticare.

Piccolo trattato di manipolazione

Nel post precedente ho presentato 4 libri scelti sabato da leggere durante i momenti liberi. In questi due giorni ho iniziato e finito il “Piccolo trattato di manipolazione ad uso degli onesti” di Robert-Vincent Joule e Jean-Léon Beauvois. Che affascinante scoperta il mondo della psicologia sociale!

Questo libro ha mantenuto tutte le attese e le aspettative e si è rivelato anche meglio. Oltre ad essere una  piacevole seria lettura, impostata e sviluppata con metodo da articolo scientifico ma con esempi e un pizzico di humor adatto alla divulgazione al grande pubblico, contiene mille spunti di riflessioni e riferimenti che non mancherò di approfondire.

Ma di cosa parla? Veramente è così facile essere manipolati? Ma cosa vuol dire essere manipolati?

Quello che posso dire è che, in situazioni e scelte che sono capitate anche a me, io pensavo di essere libera di scegliere, invece viene fuori che non è mica tanto vero e che ci sono dei comportamenti -da lungo tempo oramai decodificati- che sono vere e proprie tecniche per influenzarci.
Quale rivelazione!
A dire il vero è una cosa che stavo già in qualche modo intuendo, ma in maniera rozza ed incompleta, avere delle sensazioni ed avere delle teorie suffragate da analisi scientifiche è tutto un altro paio di maniche! E questo libro mi ha donato un’importante chiave di lettura.

Colgo l’occasione per scrivere di una cosa che mi è capitata che, sebbene non rientri negli esempi e nelle casistiche riportate dal libro, mi ha fatto molto riflettere perché mi sono sentita proprio manipolata.

Colloquio di lavoro. Il mio potenziale capo mi incontra conoscerci. Questo tizio, un omonone alto, grosso e ribicondo vestito in maniera distinta ed impeccabile inizia a parlare di sé e di come è arrivato a fondare la sua azienda, Poi però nel discorso tocca temi molto personali, del fatto che è arrivato a fare quello che ha fatto dopo una grave disgrazia in famiglia che mi racconta, di come gestisce la sua vita e i suoi figli, di come per le grande aziende tu sei solo un numero. Insomma, un sacco di dettagli privati e sensibili che onestamente non servivano per conoscerci e per delinerare cosa avrei fatto nella mia posizione, sebbene fossero utilissimi per conoscere il mio potenziale capo (neanche morta, per la cronaca) e la cultura aziendale imperante.Io, lì per lì, pensavo fosse un uomo a cui interessano le persone anche se, già durante il colloquio, certe cose mi mettevano i brividi (a me piace iniziare la mattina con il mio team, bere un caffè insieme e raccontarci della nostra vita. EHHHH? No grazie!) e non capivo dove volesse andare a parare.

Sono uscita dal colloquio con la sgradevole sensazione di essere stata in qualche modo manipolata, nella fattispecie rivelare molto più cose di me di quelle che avrei voluto. Insomma, nessuno mi ha obbligato, ma ripensandoci il colloquio mi metteva a disagio. E non capivo perché. Poi ho avuto l’illuminazione. Più lui si apriva con me e più io mi sentivo anche in dovere di farlo (o forse neanche me ne sono resa conto, chissà, forse in nome di qualche norma sociale della reciprocità). Fatto sta che ho capito che lui, magari anche in buona fede, ha usato questa strategia per carpire informazioni su di me. Cosa legittima e tutto sommato anche coerente, anche se tale metodo ha l’effetto – ex post- di farti sentire gabbato, a lui nel 99% di colloqui non interessa continuare la relazione, bensì scartare i potenziali collaboratori non idonei. Fatto sta che non ci sarei mai andata a lavorare per la sua azienda, ma ciò mi ha fatto riflettere su come sia potente, su di me, il fatto di aprirsi e rivelarsi e di come mi spinge a farlo a mio modo. Adesso capisco perché, tutto sommato, diffido sempre o c’è spesso qualcosa che mi stride nelle persone molto estroverse, molto aperte, tutte abbracci, parole e sorrisi. Di fatto io con loro non mi trovo veramente a mio agio, o comunque qualcosa non mi quadra, perché in qualche modo invadono la mia sfera privata e riservata.

 

La biblioteca: un luogo di scoperta

Una delle cose che mi da più soddisfazione ora nella mia vita è nutrire la mia curiosità.

Talia

Oggi visita di piacere e di scoperta alla biblioteca. Il mio primo obiettivo: trovare dei libri sulla “comunicazione non violenta” , ma visto che non c’era niente di disponibile sul tema, mi sono data all’avventura.

Ho scelto quattro libri e tornando a casa, a piedi, in un sabato mattina di autunno pieno di sole e di vento, mi sono chiesta: “ma perché tra i mille titoli su cui ho fatto scorrere il dito, alla fine, ho scelto quelli che ho scelto?”

Ok, il tema mi interessa, il titolo mi attira, e poi? La copertina no, non mi influenza molto, passo subito al sommario. Ma vorrei analizzare meglio quel momento in cui un mero titolo diventa un possibile papabile di lettura. Sono mille pensieri inconsci che si tramutano in un gesto, in una azione: voglio portarli in superficie.

Mi piace ragionare su casi concreti. Ecco quindi la lista di libri e le ragioni per averli scelti.

  1. Piccolo trattato di manipolazione ad uso degli onesti di Robert-Vincent Joule e Jean-Léon Beauvois. Il titolo mi ha attirato subito. Sono arrivata ad una fase di vita in cui sto affrontando il tema delle negoziazione; del poter -più che ottenere- almeno riuscire a dire TUTTO quello che si vorrebbe, senza temere di offendere l’altro o di avere ritorsioni. Mi ritengo un’onesta, ma non una stupida. Cioè .. a volte un pò sprovveduta e mi rendo conto se qualcuno mi sta probabilmente fregando, ma non conoscendo bene il tema non so mai bene come posizionarmi e come interpretare le mie sensazioni. Sto quindi studiando per essere più preparata. Credo sarà una lettura interessante. Nella prefazione ed aprendo qualche pagina a caso ho visto che ci sono degli elementi che amo molto nei libri, esempi concreti seguiti o correlati dalle base teoriche di riferimento. Amore a prima vista.
  2. Internet è il nemico. Conversazione con Jacob Appelbaum, Andy Müller e Jérémie Zimmermann di Julian Assange. Scelto per via dello scrittore, J. Assange, un vero ribelle del sistema. Uno che si è sacrificato per la libertà di molti. Ammetto candidamente di ignorare chi siano i conversatori citati nel libro, motivo in più per leggerlo ed allargare i miei orizzonti. Ho appena visto un documentario prodotto da Netflix sul tema bitcoin e questo libro si inserisce nel filone della libertà ai tempi di internet, un tema che mi interessa in un modo che non riesco a capire. Forse aspiravo ad essere una ribella alla Neo, anche se invece sono sempre stata una brava bambina. Ma la libertà. Ahh come mi piace! Averla, sperimentarla, rifletterci, difenderla.
  3. Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale di Andrea Granelli e Flavia Trupia. Mi è piaciuto il titolo perché …non l’ho mica capito! L’ho aperto e, leggendo qualche cosa qua e là, non ho fatto tanta chiarezza in più. Per cui, se non capisco, devo capire. Quindi lo prendo, anche perché, al di là di pagine aperte a caso, l’indice mostra in maniera veloce e comprensibile dove il libro vuole andare a parare. Non lo leggerò tutto, sceglierò solo le cose che mi interessano, come il capitolo 2.8 Retori contemporanei, il trivio Mckinsey. Mi ricordo ancora ai tempi dell’università le varie matrici sviluppate da Mckinsey o dal Boston Consulting Group. Sono quindi curiosa di scoprire qualcosa in più.
  4. Per ultimo un manuale. Piccolo manuale di autodifesa verbale. Per affrontare con sicurezza offese e provocazioni di Barbara Berckhan. Non che io abbia un problema con questo tema, non mi sento spesso provocata o attaccata verbalmente, ma quando succede … spiazza! Meglio quindi essere preparati ad affrontare la situazione.

Ora mi immergo nella lettura.

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PS: Se cliccate sui link dei titolo non finirete su Amazon o da qualche venditore di libri online. 🙂

A passo di corsa verso l’amore #5

La giornata passò in maniera frenetica e solo verso sera riuscì finalmente a ritagliarsi un po’ di tempo per una doccia rigeneratrice e per cambiarsi, giusto in tempo per l’inizio dei festeggiamenti. Scelse un bell’abitino di pizzo bianco, romantico ma al contempo audace, decise di raccogliersi i capelli in maniera un po’ spettinata, per non sembrare troppo austera e finì il suo abbigliamento con delle scarpe con una zeppa, molto indicate per una festa in giardino in cui i suoi tacchi a spillo sarebbero stati senz’altro fuori luogo. Con un sospiro di sollievo constatò che Gordon doveva essersi cambiato mentre lei era sotto la doccia, non le rimaneva quindi altro da fare che scendere e gustarsi l’atmosfera festosa e gli stuzzicanti aperitivi. Puntò diritto verso Gordon andando a stampargli un bacio abbastanza casto sulla sua bocca seria e diede il meglio di sé mentre lui la presentava agli amici accorsi in casa loro. Aveva già stretto qualche mano e detto i convenevoli di rito che Gordon la presentò al suo caro amico d’infanzia, almeno le pareva di ricordare che lui avesse usato quelle parole, Jason e Zoe non fu abbastanza lesta nel nascondere la sorpresa dal suo volto. Era lo sconosciuto salvatore che lei aveva cercato di quasi baciare questa mattina!

A passo di corsa verso l’amore #4

Zoe camminò fino a casa immersa nei suoi pensieri, turbata per il recente episodio e senza neanche rendersene conto si ritrovò sull’uscio della casa che la ospitava. La mattina era oramai inoltrata e nell’ampio salone che si apriva sul giardino con piscina fervevano i preparativi per la festa in programma la sera stessa. Zoe fu contenta di potersi rendere utile ad aiutare con gli addobbi, per lo meno così poteva efficacemente occupare la mente e dissimulare il turbamento che provava. Ma la calma durò per poco poiché Gordon, il suo recente nuovo fidanzato, stava scendendo le scale con fare seccato, probabilmente aveva altre idee su come passare la mattinata e non trovare la sua fidanzata nel letto doveva averlo un po’ irritato. Sorprenderla poi intenta ad aiutare le persone a servizio era altresì qualcosa di sconveniente per lui e dal cipiglio con cui si stava avvicinando, Zoe trattenne il fiato. «Buongiorno mio sfuggente amore, vedo che questa mattina sentivi un impellente bisogno di fare un tipo di attività fisica che purtroppo non contemplava il sottoscritto» le disse lui, fissando irritato la sua tenuta da jogging. Zoe cercò di sorridere, dopo i primi momenti di entusiasmo il sesso tra loro era andato calando in qualità e la piccola vacanza con tutta la famiglia, sebbene alloggiata in una casa enorme, non aiutava a risollevarne le sorti. Ma dopo questa mattina si chiedeva se non ci fosse qualcosa in più e se non si fosse dannatamente sbagliata ad iniziare così in fretta una relazione con lui.

A passo di corsa verso l’amore #3

Zoe riuscì lo stesso a rispondere: «scusa ma la mancanza di zuccheri mi deve essere andata alla testa, non so che diavolo mi sia preso, tu sei stato così gentile a venirmi in soccorso e io come ringraziamento stavo cercando di approfittare di te. Magari sei anche sposato, Dio che situazione imbarazzante!»

Jason, sempre più serio, le disse: «Beh, che tu avessi voluto approfittare di me, mi sembra un po’ esagerato, so bene badare a me stesso, e no, non sono impegnato quindi, se ci vuoi ripensare e tu non sei impegnata, puoi pure continuare con i tuoi progetti oltraggiosi. Sarò felice di assecondarti».

A passo di corsa verso l’amore #2

Jason, era Jason il suo nome, vero?, si fece serio e Zoe poté percepire il cambiamento in lui. Non era più lo sconosciuto atletico e simpatico con cui aveva attaccato bottone, era una specie di salvatore che negli occhi non aveva promesse dolci quanto piuttosto delle ombre di passione, un inutile monito alla mosca che sta per finire nella rete del ragno. La trovava attraente e la stava mettendo in guardia, insieme. Zoe non capiva come potesse cogliere tutto ciò in uno sguardo, ma si sentiva dentro quanto stava accadendo. Il destino l’aveva beffata doppiamente in quella mattinata, ora che era totalmente di nuovo padrona di se stessa, si ritrovava avvinta in un desiderio repentino e potente. Lei lo guardò ancora, forse un po’ troppo intensamente, e subito lui si fece serio, quasi intuendo i suoi pensieri. «Adesso andiamo a mangiare qualcosa signorina e subito». E, con sommo imbarazzo di Zoe, continuando a portarla in braccio, si diresse al bar del molo. Per fortuna non c’era ancora in giro anima viva, si disse Zoe. E mentre Jason sprofondava elegantemente nella sabbia per arrivare al molo e lei aveva posato la sua testa sul suo petto, ad un tratto ebbe una voglia irrefrenabile di baciare quella bocca così invitante. Ma si spaventò ricordando lo sguardo di monito che lui le aveva dato e per questo cercò di reprimere il desiderio e, muovendosi tra le sue braccia, incominciò a divincolarsi per sciogliere l’abbraccio.

Lui capì bene il messaggio, ma non la lasciò andare «Non vorrai mica già andare via con le tue gambe, poi mi toccherà riprenderti con il cucchiaino!» disse lui.

E mentre stava per aggiungere qualcosa d’altro, forse accorgendosi del grande turbamento di Zoe, lentamente, si fermò.